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Il Vincenzo Italiano calciatore: un play alla Pirlo, bandiera del Verona

08:51 CET 22/12/21
Vincenzo Italiano GFX
Vincenzo Italiano ha giocato per anni nel Verona: nel 2000 fu autore di un goal che scatenò un vero e proprio dibattito nazionale.

Plasmare la propria squadra al punto da renderla un’estensione naturale della propria mente in campo. Convincere i giocatori a credere in un’idea di gioco fino a consentirgli di spingersi ben oltre quelli che si pensava potessero essere i loro limiti. Raggiungere un risultato proponendo il proprio credo, anche se questo vuol dire andare contro gli storici dettami del calcio nel quale si è cresciuti.

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Sono questi probabilmente alcuni degli obiettivi che ogni allenatore si prefigge all’inizio di una nuova avventura ed è esattamente questo che ha fatto e che sta facendo Vincenzo Italiano, fin dal primo giorno in cui si è seduto su una panchina.

Oggi parlare di lui come di uno dei tecnici emergenti del panorama calcistico italiano è quasi riduttivo. I fatti gli hanno dato ragione al punto da essere già considerato, nonostante la non lunghissima esperienza in Serie A, un allenatore di altissimo livello. A spingerlo verso questo status è ciò che in ambito sportivo, e non solo, più conta in assoluto: i fatti.

Italiano la ‘scala sociale’ del calcio nostrano l’ha affrontata gradino dopo gradino, ma anche ad una velocità incredibile, quasi avesse fretta di arrivare lì dove meritava di essere. Dalla Serie D, dove si è tolto le prime soddisfazioni alla guida dell’Arzignano Valchiampo, passando per la Serie C con il Trapani con il quale ha ottenuto una promozione al primo tentativo, poi per lo Spezia che prima ha condotto ad uno storico salto in Serie A e poi ad un’altrettanto storica salvezza, fino alla Fiorentina che si è quasi casualmente (la scelta del club gigliato era inizialmente ricaduta su Gattuso) tramutata nel veicolo perfetto per dimostrare che un altro calcio in Italia è possibile.

Sì, perché quella di Italiano è stata una scalata tutta improntata sul gioco offensivo. L’ha sempre proposto ricevendo in cambio quanto di meglio si potesse meritare tanto che, fin dal suo primo giorno in viola, nel presentarsi ha impiegato poche parole per far capire quale era la Fiorentina che aveva in mente.

“Dovremo difendere bene ed attaccare benissimo”.

Un manifesto, prima ancora che uno slogan, figlio anche di ciò che Vincenzo Italiano è stato da calciatore. Ha calcato i campi da gioco per oltre venti anni è lo ha fatto con la testa sempre alta e lo sguardo rivolto in avanti alla ricerca della miglior soluzione per premiare il movimento degli attaccanti.

Un ‘playmaker’ nel senso più puro del termine, anche se quel ruolo che gli ha consentito di farsi un nome nel calcio che conta, non l’ha scelto per vocazione. L’Italiano di inizio carriera è un’ala destra che ama correre, spingersi fino al fondo e poi crossare, ma per sua fortuna ha incontrato sulla sua strada chi ha intravisto in lui un qualcosa di diverso.

“Un giorno arrivò un allenatore e mi mise a fare il play - ha raccontato in un’intervista ai canali ufficiali della Fiorentina - Pronti via, ci rimasi male, perché mi allontanò dalla porta, mi piaceva fare goal. Invece forse è stata la mossa vincente, perché da lì ho iniziato a mettermi in mostra”.

Nato in Germania a Karlsruhe, dove i suoi genitori si erano recati per fare visita ai nonni, Italiano ha scoperto nella sua Sicilia l’amore per il calcio. A Ribera non impiegano molto tempo per capire che quel ragazzino ha doti speciali, ma fare il calciatore vuol dire anche imparare presto ad essere più forti delle delusioni.

A tredici anni il Torino lo scarta poiché ritenuto fisicamente non idoneo, ma già nel 1993, arriva l’esordio con il Partinico in Serie D. Intanto, per arrivare dove si è prefissato di arrivare, il solo talento non basta ed è necessario spostarsi, lasciando anche ciò che si ha di più caro, per avvicinarsi a quelle realtà che possano consentire di approcciarsi al professionismo.

Al Trapani Italiano scoprirà la Serie C, ma sarà molto più lontano da casa sua che troverà il suo paradiso calcistico: quel posto nel quale crescere, consacrarsi e diventare bandiera. Per lui la città giusta si rivelerà essere Verona.

E’ il 1996 quando Rino Foschi, un dirigente che con la Sicilia ha sempre avuto un rapporto privilegiato, deciderà di scommettere su di lui. Italiano ha solo diciannove anni e quando lascerà l’Hellas lo farà da uomo di calcio navigato. Con la maglia gialloblù addosso esordirà in Serie A nel 1997 e due anni dopo, in Serie B, vedrà la sua strada incrociarsi con quella di un allenatore che avrà un peso specifico importante nella sua carriera: Cesare Prandelli.

“Ho avuto la fortuna di essere allenato da tecnici preparatissimi che mi hanno trasmesso molto. Alcuni di loro sono stati fonte d’ispirazione per me e tra di essi c’è certamente Cesare Prandelli. E’ stato il primo ad avere fiducia in me. Con lui ho vinto un campionato di Serie B e ottenuto una straordinaria salvezza”.

Il ritorno in Serie A coinciderà con un grave infortunio che in qualche modo ne frenerà la rapida ascesa, ma il 5 novembre del 2000, avrà modo di guadagnarsi l’attenzione nazionale. In un Verona-Inter segna infatti il suo primo goal in A battendo Frey con un gran tiro dalla distanza, ma la sua sarà una gioia destinata a durare pochi secondi. Appena il tempo di essere espulso.

“Ero stato ammonito qualche minuto prima - ha ricordato ai canali ufficiali della Serie A - Quel goal mi fece dimenticare tutto, anche il fatto che all’epoca c’era la regola che appena uscivi dal rettangolo di gioco scattava l’ammonizione. Sono stato espulso, ma quello resta un giorno indimenticabile”.

Dopo quel rosso estratto, come da regolamento, dall’arbitro Rodomonti, il calcio italiano inizierà a chiedersi se e quanto sia giusto negare ad un calciatore di mostrare appieno la propria gioia dopo un goal. L’episodio darà vita ad un lungo dibattito che spingerà la FIGC a chiedere alla FIFA di modificare una norma fondamentalmente ingiusta e questo fare della prima rete di Italiano in A un qualcosa di tutt’altro che banale.

Il tiro dalla distanza poi si rivelerà nel corso degli anni un’arma importante. Con il suo destro infatti, colui che ormai è diventato il perno attorno al quale ruota il gioco del Verona, non solo riesce a confezionare lunghi lanci di rara precisione, ma sa rendersi anche pericoloso quando c’è da aggredire l’area avversaria.

Italiano è quindi stato il prototipo del regista che magari è poco appariscente, ma che da solo dà un senso diverso ad un’intera squadra.

“Albertini è sempre stato il mio modello - racconterà nel 2005 a ‘La Repubblica’ - ora, per stare al passo con i tempi, potrei dire che mi piacerebbe giocare alla Pirlo”.

Quando Italiano lascerà il Verona nel gennaio del 2007, lo farà dopo undici anni intervallati solo da una fugace e poco fortunata esperienza al Genoa, e dopo essere diventato, con 260 partite, il sesto con più presenze dell’intera storia del club.

Saluterà il Verona, ma non Verona, visto che per tre stagioni vestirà la maglia del Chievo, prima di legarsi nel 2009 al Padova dove troverà in Carlo Sabatini un suo grandissimo estimatore.

“Come accade con Pirlo alla Juve, dargli palla non è un consiglio, è un ordine - spiegherà nel 2013 a ‘Il Giornale dell’Umbria’ - E badate che nelle caratteristiche il paragone regge. Pirlo è inarrivabile ma Italiano è il regista perfetto, una manna dal cielo per chi attua il 4-3-3 o il 4-3-1-2".

Proprio con Andrea Pirlo conseguirà anni dopo, dopo aver appeso gli scarpini al chiodo dopo le esperienze con Perugia e Lumezzane, e aver già portato lo Spezia in Serie A, il patentino da allenatore UEFA-Pro, in una sessione che comprendeva anche Thiago Motta, altro grande ex padrone del centrocampo che poi gli succederà sulla panchina degli Aquilotti.

Una carriera vissuta nella zona nevralgica del rettangolo verde, dove oltre le gambe ed i polmoni serve molto di più. Serve fosforo, serve intuire lo sviluppo dell’azione con quella singola frazione di secondo di anticipo che ti permette poi di diventare un fattore.

Per anni Italiano è stato abituato a comandare il gioco facendo muovere la sfera da una parte all’altra del campo e quell’attitudine non l’ha persa. Oggi però a far muovere il pallone per lui sono i suoi giocatori, ovvero le sue estensioni in campo. Sempre con la testa alta e lo sguardo fisso in avanti.