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Il sogno americano di Kaká: gli ultimi scampoli di carriera all'Orlando City

08:40 CEST 22/04/22
GFX Kaka Orlando City
La carriera vincente di Kaká si è chiusa nel 2017 all'Orlando City: dall'esordio con goal all'addio tra le lacrime.

Il sogno di ogni calciatore è quello di dire basta nel contesto migliore che possa esistere, in condizioni ancora accettabili e non indicative di decadenza fisica: quando Kaká ha deciso di dire basta con il calcio giocato probabilmente avrà pensato a questo, all'idea di congedarsi dai suoi tifosi nel migliore modo possibile per lasciare il ricordo di un campione dai colpi ancora degni di essere raccontati alle generazioni future, depositarie di cotanta bellezza in grado di accendere la passione per questo sport.

L'immagine di se stesso lasciata in dote da Kaká è quella di un fenomeno che al Milan ha vissuto un'era d'oro fatta di scatti brucianti e di dribbling ubriacanti, oltre che di (tanti) trofei e bontà d'animo, peculiarità quest'ultima accentuata dalla faccia da bravo ragazzo a cui ogni uomo desidererebbe dare in sposa la propria figlia. Gli ultimi scampoli della carriera hanno esaltato all'ennesima potenza queste virtù, sfociate nell'amore nato con la gente di Orlando, città degli Stati Uniti situata in Florida e dal rapporto con il calcio ancora piuttosto giovane.

Nei piani del brasiliano c'è sempre stata l'idea di un'esperienza in un mondo apparentemente 'a parte', completamente isolato dalle dinamiche che regolano il pallone europeo: così nel 2014, dopo aver consumato il ritorno al Milan, si concretizza il trasferimento all'Orlando City, franchigia che avrebbe iniziato la sua avventura in Major League Soccer nell'anno successivo. Nel frattempo viene ceduto in prestito fino al mese di dicembre al San Paolo, dove riassapora l'aria di casa in attesa del volo nella terra di 'Zio Sam'. Un trasferimento epocale per un club nato soltanto nel 2010 ma con le idee già al proprio posto, voglioso di lasciare fin da subito la sua impronta in un movimento dalla crescita esponenziale.

L'accoglienza riservata a Kaká è calorosissima, fin dall'arrivo all'aeroporto, e ricorda quasi le folle oceaniche a cui siamo abituati noi italiani quando una stella sbarca in Serie A: un calore eccezionale, utile per alleviare la saudade della terra d'origine che tanti brasiliani ha colpito nel corso degli anni. Ma nel caso di Kaká il problema non sussiste, poiché il pensiero di giocare negli USA era nato addirittura nel 2012, ai tempi del Real Madrid, ingigantendosi col passare dei mesi fino a diventare una solida realtà, per la gioia dei tifosi di Orlando. La conferenza stampa di presentazione avviene in una cornice completamente viola (il colore sociale della squadra) e la gioia di Kaká è paragonabile a quella di un bambino a cui viene regalato il suo giocattolo preferito.

"La voglia di giocare in MLS c'è sempre stata. I primi contatti ci sono stati nel 2012, ora sono felice che tutto ciò sia diventato realtà. Ringrazio Berlusconi e Galliani, tutto il Milan che per me è stato un club molto importante. Sono contento di poter aprire un nuovo capitolo della mia carriera. Ho scelto di venire a giocare qui per dimostrare al popolo americano che il calcio è uno sport bellissimo, vorrei che lo stesso supporto riservato alla nazionale ci sia anche per l'MLS. Il progetto è davvero interessante, voglio contribuire alla crescita della lega e alle vittorie del club".

Kaká arriva in qualità di Designated Player, ossia uno dei tre giocatori ai quali ogni società di MLS può concedere uno stipendio superiore al salary cap: una regola nata con l'approdo ai Los Angeles Galaxy del suo ex compagno di squadra al Milan, David Beckham, proprio per tale motivo chiamata anche 'regola Beckham'. Per il fuoriclasse di Gama questo privilegio è un ulteriore segno della responsabilità di cui deve farsi carico, della guida non solo tecnica ma anche carismatica che lo attende: l'esordio con la nuova casacca è la classica storia strappalacrime, col lieto fine ad edulcorare il tutto e a rendere indimenticabile la serata dei 62510 tifosi assiepati allo stadio.

La sera dell'8 marzo 2015 (la notte del 9 in Italia) l'avversario non è uno qualunque, il New York City di David Villa, e il rischio di bagnare la prima volta con Orlando con una sconfitta è lì dietro l'angolo, pronto a fare capolino. Ed in effetti l'incubo sembra materializzarsi quando, al minuto 76, Diskerud porta in vantaggio i newyorkesi su assist di Villa, decisivo anche nel propiziare l'espulsione di Collin. L'Orlando City si ritrova a dover scalare un Everest con un uomo in meno, almeno sulla carta: Kaká vale per due, forse tre, e in molti non hanno ancora fatto i conti con la sua classe cristallina che evita ai 'Leoni' di macchiare la prima uscita in MLS con un risultato negativo.

Il minuto in questione è il 91' e l'Orlando ha a disposizione una punizione dai 25 metri: sul punto di battuta si presenta, manco a dirlo, Kaká che disegna una traiettoria maligna per il portiere avversario, complice una deviazione provvidenziale che spedisce il pallone in fondo al sacco. Il pubblico è letteralmente in visibilio per una trama che evidentemente faceva parte del fato: il primo storico goal di Orlando City in MLS è proprio della sua stella più splendente, del capitano, del campione venuto dal Brasile in veste di ambasciatore per promuovere il calcio nordamericano a suon di prodezze.

The 91st minute. #history pic.twitter.com/HE70Z5qf60


— Orlando City SC (@OrlandoCitySC) March 9, 2015

Un esordio coi fiocchi, preludio ad un avvenire luminoso: questo è quanto pensano i tifosi di Orlando, non corrispondente però all'effettiva realtà dei fatti che riserverà ben altre sensazioni. Di goal Kaká (nel frattempo raggiunto dall'ex rossonero Antonio Nocerino) ne segnerà altri 24 in un totale di tre campionati trascorsi in Florida, decisamente negativi a livello di risultati di squadra: il bottino finale sarà di un 14°, 15° e 18° posto per l'Orlando City, mai approdato alla fase dei playoff per l'assegnazione del titolo. Le ultime due gemme sono gentilmente offerte il 28 settembre 2017 nel rotondo successo per 6-1 sul New England Revolution, due settimane prima del definitivo saluto non solo alla franchigia viola ma all'intero mondo del calcio.

Il 15 ottobre all'Exploria Stadium si gioca il match col Columbus Crew ma gli occhi della gente presente sugli spalti sono tutti per lui, per Kaká. Quella sera importa zero della classifica, dei tre punti da conquistare, della maglia da onorare, c'è un fuoriclasse da omaggiare per ciò che ha saputo regalare nei quasi 20 anni passati a recitare il verbo del pallone sui campi di tutto il mondo. Nella mente gli frulla l'ipotesi di appendere al chiodo gli scarpini, certificata dalle lacrime versate poco prima del calcio d'inizio: sul campo risuona l'inno americano e Kaká non può far altro che lasciarsi andare alla commozione, ripensando a tutte le cose belle fatte da profeta del football. Quell'idea si trasformerà in amara realtà qualche settimana più tardi, a metà dicembre, con l'annuncio proferito ai microfoni di 'Globoesporte'.

Que momento, Kaká derrama una lagrima en su último partido en Orlando. Sabe que su retiro se acerca. #NoEsSoloFutbol pic.twitter.com/Gm30SOfJwC


— Don Futbol (@DonFutboI) October 17, 2017

"Il mio ciclo come calciatore professionista termina qui. Avevo bisogno di tempo per pensare e prendere una decisione in completa tranquillità: mi sono rivolto a persone a me vicine e mi sono concesso un periodo di preghiera. Sono stato in Europa per vedere un po' di partite, lì l'eccitamento per il calcio ha raggiunto il massimo del potenziale. Così sono consapevolmente giunto alla conclusione che la mia carriera è finita. Mi piacerebbe continuare a lavorare nel mondo del calcio in altra veste, magari come manager, direttore sportivo o comunque da collante tra campo e società".

Kaká è poi tornato a calcare i campi da calcio soltanto per eventi benefici e le ultime immagini in veste professionistica restano quelle provenienti dagli Stati Uniti, che gli hanno offerto il vero sogno americano: vissuto ad occhi aperti e senza mai guardarsi dietro le spalle, tutto d'un fiato e con la velocità con cui bruciava i difensori, inermi e impotenti dinnanzi ad un delirio di onnipotenza tecnica e fisica.