Notizie Partite
Mondiali

Oltre le critiche e la diffidenza: il mondo si è accorto finalmente di Amrabat

18:45 CET 10/12/22
Sofyan Amrabat Morocco Portugal
I Mondiali in Qatar hanno restituito la reale dimensione del centrocampista della Fiorentina, assoluto protagonista con il Marocco.

All’ennesimo pallone recuperato tra il centrocampo e l’anticamera dell’area di rigore del Marocco, all’Education City Stadium di Al Rayyan, a Doha, si è sollevato l’urlo che segna e demarca il confine tra l’anonimato e la consacrazione, pura celebrazione della maturità calcistica di un giocatore. Senza contare l'uscita dal traffico nel finale del match col Portogallo.

Prima di arrivare in Qatar con i compagni, Sofyan Amrabat era solo “uno dei tanti” centrocampisti impegnati ai Mondiali, tra l’altro non i primi: li aveva già assaggiati (perché di questo si è trattato, di un assaggio) nel giugno del 2018, quando a San Pietroburgo Hervé Renard lo ha inserito nel secondo tempo della gara d’esordio della Nazionale marocchina, contro l’Iran. Non un ricordo memorabile.

C’è, comunque, un prima e un dopo quel periodo, nella vita di Amrabat, rimarcato dalla crescita continua mostrata soprattutto dopo il suo arrivo in Italia, nel 2019: e dopo aver incrociato lo sguardo truce di Ivan Juric, che non ne avrebbe proprio mai fatto a meno, se non fosse stato per quelle quattro gare (solo quattro) saltate nell’intero arco del campionato, “forzate” da un infortunio e da tre squalifiche.

“Gioca finché non muore”, dal vangelo secondo Ivan.

Quel Verona non avrebbe mai potuto fare a meno di Amrabat, in effetti: neanche volendo. È il compagno perfetto di Miguel Veloso, quando viene impiegato, disimpegnandolo in fase di costruzione: quando i gialloblù si son trovati a costruire le proprie prestazioni volte alla distruzione del gioco avversario, invece, gli è bastato far da “spalla” a Badu, in mezzo al campo. Di “spalla”, però, c’è anche quel che lo ha reso celebre in Olanda, quando ha vestito le maglie di Utrecht e Feyenoord: il gioco senza palla, votato alla riconquista del pallone e all’inserimento tra le linee (sì, creando pericolosità in avanti).

Non è proprio l’uomo-ombra perfetto: non è, per intenderci, un Gennaro Gattuso, né lo sarà mai. Ha più qualità nei piedi e questo lo caratterizza anche in fase di fraseggio: c’è, però, un passaggio della sua carriera che gli ha permesso di formarsi anche e soprattutto difensivamente.

Prima di arrivare in Serie A, Amrabat ha vissuto una stagione “strana” in Belgio, al Club Brugge: “strana” nella misura in cui Ivan Leko, che ha costruito le fortune dei nerazzurri fondandole su una difesa a tre parecchio fisica, lo ha schierato tra i tre centrali.

Nonostante sia dovuta alle difficoltà dello stesso Leko di trovargli una corretta collocazione in campo, l’esperienza in Belgio gli ha permesso di aumentare, dove possibile, la capacità di tener le misure tra centrocampo e difesa, e questo è stato ben visibile soprattutto nelle ultime settimane, in Qatar, con la maglia del Marocco: ma come ha fatto un giocatore potenzialmente completo come Amrabat a finire tra le “sorprese” dei Mondiali? Laddove per “sorpresa” si intende un evento inatteso. Ecco: perché Amrabat è diventato un giocatore le cui prestazioni da applausi sono da considerare “inattese”?

Il trasferimento alla Fiorentina ha radicalmente cambiato le aspettative legate ai compiti del calciatore marocchino: eccezion fatta per la prima stagione in maglia viola, segnata da prove sufficienti e senza acuti, con l’arrivo di Vincenzo Italiano in Toscana è nuovamente cambiato il ruolo di Amrabat. L’ex allenatore dello Spezia gli ha sin da subito affidato il ruolo di “alter ego” di Lucas Torreira, come vertice basso del centrocampo a tre del 4-3-3 della Fiorentina, aumentandogli repentinamente il carico di responsabilità in chiave di costruzione e interdizione. In poche parole: Amrabat è stato sempre meno libero di muoversi tra le linee (ci avrebbero pensato Castrovilli e Duncan, o Maleh e Saponara, al suo posto) e, soprattutto, di sporcare i movimenti avversari tra la mediana e la difesa. Il tutto costruendo. Troppe cose.

Amrabat Morocco Spain

Veniamo al presente e ai dati: nella stagione in corso Amrabat ha una percentuale di passaggi riusciti del 90,78%, con 522 passaggi completati su 572 in 13 gare disputate nel campionato di Serie A. Che, comunque, sono numeri importanti, soprattutto per un giocatore che occupa la cabina di regia.

Ai Mondiali, con il Marocco, il centrocampista ha tenuto alta la media, confezionando 186 passaggi, di cui 157 riusciti: in media, l’86,67%. Questo anche perché il gioco della Nazionale di Walid Regragui, fatto di attesa e ripartenza, soprattutto sulle fasce (la partita contro la Spagna è entrata nell’immaginario collettivo), è meno votato al possesso palla di quello della squadra di Italiano. E ci sta.

A rubare l’occhio è la quantità di duelli vinti, che poi hanno posto l’accento sull’importanza di Amrabat nell’impresa del Marocco in Qatar: sono 18 quelli vinti nelle 5 gare disputate dalla Nazionale marocchina (36 in 13 gare in Serie A). Sono tanti, tantissimi, ma trovano il loro culmine, in termini di consacrazione, nei 41 recuperi palla registrati.

Resta, comunque, il mistero che porta a considerare, in Italia, il mediano come un giocatore anonimo e senza troppo appeal: non "fa colpo". Questo è vero. Fatto sta che Regragui non può farne a meno, e che qualcuno ha iniziato a mettere gli occhi su di lui in maniera insistente.

Amrabat, insomma, se ha vestito i panni di “giocatore sorpresa” dei Mondiali lo ha fatto solo perché a differenza dell’avventura alla Fiorentina è tornato a mettere in pratica con intensità la sua vocazione difensiva che lo ha contraddistinto, in Italia, al Verona di Juric, che avrebbe voluto farlo giocare per sempre. "Finché morte non ci separi". E il mondo, finalmente, si è accorto di lui.