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Raí, simbolo di un PSG "normale": il più grande idolo della storia del club

09:36 CEST 15/05/22
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Fratello di Sócrates, Raí ha segnato un'epoca in tempi di bacche magre. Nonostante abbia vinto un solo campionato e da peggior giocatore del torneo.

È una discreta canaglia, la nostalgia. Una dolce madeleine di ricordi che, magari, così dolci poi non sono. Si stava meglio quando si stava peggio, ma sarà davvero così? Eppure, la nostalgia canaglia sa bene come attecchire nelle menti e nelle anime. Anche nel calcio. Per dire: il Paris Saint-Germain degli sceicchi ha appena conquistato il suo decimo campionato, il che fino al 2011 era un evento piuttosto impensabile. Ha Neymar, ha Messi, ha Mbappé. Ha ogni anno le potenzialità per primeggiare anche in Champions League, e che poi non ci riesca è un altro paio di maniche. Ha soldi, soldi a palate. Ha tutto quel che si potrebbe desiderare. Eppure.

Eppure, chiedi in giro chi sia il più grande idolo della storia del club parigino e rimarrai sorpreso. Perché non è Ney, non è Leo e non è neppure Kylian. Ma neppure Zlatan Ibrahimovic, o Thiago Silva, o Edinson Cavani, o Marco Verratti. Il più grande idolo è brasiliano. Si chiama Raimundo Souza Vieira de Oliveira, per tutti Raí. Segni particolari: il fratello minore del doutor Sócrates, il genio maledetto della Fiorentina. Ma anche e soprattutto il più grande di tutti al PSG, almeno secondo una votazione effettuata nel settembre del 2020 in occasione dei cinquant'anni del club. Hanno votato ex giocatori, ex allenatori, ex dirigenti, soci del club e giornalisti. Lui è arrivato primo, Safet Susic secondo, Ronaldinho terzo, Ibra quarto. Neymar? Solo sesto. Messi, lui, ancora stava a Barcellona. Ma non avrebbe vinto comunque.

Saranno gli occhi annebbiati della nostalgia, sarà quel che si vuole. Sta di fatto che Raí ha lasciato un segno nel cuore di tutti. Di chi l'ha visto giocare, ma pure di chi si è fatto tramandare le sue gesta. Sopraffine ed eleganti. Da trequartista puro, con visione di gioco e un cervello che viaggiava costantemente verso l'infinito. Non è stato il più bravo di tutti. Non era più bravo di Ronaldinho, né di Neymar. In tempi in cui i social network rappresentavano un minuscolo progetto nella mente umana, non aveva lo stesso hype. Ma ha indicato la via di Parigi a tanti suoi connazionali, fino ai tempi odierni.

Quando arriva in Francia, nell'estate del 1993, Raí si è già fatto conoscere ampiamente. In Brasile e nel mondo. Anche se all'inizio non è stato facile togliersi di dosso la scomodissima etichetta di “parente di”. Ha raccontato che al Botafogo di Ribeirão Preto, la prima maglia indossata sia da lui che dal doutor, “la pressione mi complicava parecchio la vita. Nascondevo agli altri il fatto di essere il fratello di Sócrates, per poter giocare con maggiore tranquillità”. Per la cronaca: pure Raí avrebbe dovuto prendere il nome di un filosofo greco. Gli altri due fratelli si chiamano Sófocles e Sóstenes. Solo la madre si è impuntata per evitare che il padre lo battezzasse col nome di Xenofonte.

È bravo a giocare a pallacanestro, il giovane Raí. Ma ben presto le sue qualità emergono nel calcio. Tanto che la Seleção, alla ricerca di volti nuovi dopo il flop di Mexico '86, lo chiama un anno più tardi quando ancora è nel piccolo Botafogo paulista. Il San Paolo lo prende nel 1988 dalla Ponte Preta, a 23 anni. Ma inizialmente le certezze sono poche e i dubbi troppi. Raí è considerato un meia sonnolento, si attira parecchie critiche, quasi viene ceduto al Vasco da Gama. Alterna lampi di classe a blackout totali. Gioca pure da centravanti, tutto un altro mondo. È più volte costretto a sedersi in panchina e guardare i compagni giocare. Poi, d'incanto, tutto cambia.

L'uomo della provvidenza, il personaggio che gli cambia la carriera, è Telê Santana. In Brasile ha la fama di pé-frio, una sorta di iettatore, perché nel 1982 ha guidato la Seleção più bella di sempre senza portarla al titolo mondiale. Quando arriva a San Paolo, è reduce da un biennio senza titoli al Flamengo. Ma con lui in panchina a partire dal 1990, il Tricolor inizia una storica abbuffata di titoli. In patria (il Paulistão, il campionato brasiliano), in Sudamerica (due Libertadores di fila, 1992 e 1993) e nel mondo (due volte la Coppa Intercontinentale). È la squadra di Zetti, di Cafu, di Antonio Carlos Zago, dell'ex torinista Müller. E di Raí, che finalmente è il suo incontestabile e incontestato uomo guida. Maglia numero 10, fascia di capitano al braccio. Decisivo, spesso se non sempre.

C'è la firma del fratello d'arte nella Copa Libertadores del '92 contro gli argentini del Newell's Old Boys. Una rete su rigore per pareggiare lo 0-1 di Rosario, un'altra esecuzione vincente nella serie finale. Per la prima volta nella storia, il San Paolo è campione del Sudamerica. Ma il vero capolavoro è alle porte. A dicembre, i brasiliani si recano a Tokyo per sfidare il Barcellona nell'Intercontinentale. Apparentemente non c'è partita, soprattutto quando i catalani passano per primi con Hristo Stoichkov. Ma Raí, quel giorno, pare Pelé. Pareggia già nel primo tempo di testa, su centro di Palhinha, e nella ripresa trova una delle reti più belle e iconiche della propria carriera, incastonando una meravigliosa punizione sotto l'incrocio di uno Zubizarreta formato statua.

Altro giro, altra Libertadores. Nel 1993, quando segna in finale anche ai cileni dell'Universidad Católica, travolti per 5-1 all'andata prima di un innocuo 0-2 al ritorno, Raí è già un giocatore del PSG. I francesi si sono accordati per prenderlo a luglio, dopo la fine della Copa. Lo guardano in tv alzare il trofeo, ancora una volta da capitano, ancora una volta da uomo guida. E di nuovo si convincono di aver preso la decisione giusta.

Raí, del resto, in quel momento è il più forte calciatore del Brasile dopo Romário. Anzi, nel maggio del '93 la rivista PLACAR si spinge a piazzarlo addirittura un gradino sopra al Baixinho: “Oggi la Seleção è lui più altri dieci”. Ma a Parigi, all'inizio, l'avventura è piuttosto complicata. Raí fatica ad adattarsi a un nuovo campionato, a un nuovo spogliatoio, a un nuovo clima. Carbura lentamente, proprio come aveva fatto al San Paolo. Nel '94 vince la Division 1, l'ex Ligue 1, ma non esattamente da protagonista: nelle votazioni di fine campionato dell'Equipe, lui è l'unico con una media inferiore al 5. In sostanza, è il peggiore dell'intero torneo. Va lo stesso ai Mondiali americani, gioca titolare nei gironi, poi perde spazio. Lascia il posto a Mazinho, uno dei simboli di quel Brasile bruttino ma solido. La finale contro l'Italia la osserva dalla panchina. La Seleção è diventata Romário più altri dieci, non più lui.

Quando sono arrivato a Parigi – ha detto all'Equipe – venivo da due anni senza ferie. Ero stanco nel corpo e nella mente. Per la gente ero quello che aveva battuto il Barcellona con il San Paolo, si aspettavano di vedere il miglior giocatore del mondo. Ma nella mia testa non ero brillante. Ero accecato dall'emozione, non me ne rendevo conto. Oggi la scienza permette di capire quando il corpo è in forma o meno. Ricordo che Artur Jorge mi chiese se volessi riposarmi. Sono sicuro che oggi mi prenderei un mese di pausa, ci andrei piano per tornare più forte. Mi ha salvato il mio comportamento. Non parlavo molto, ero rispettoso, onoravo la maglia. Le cose non stavano andando per il verso giusto, ma i tifosi e i miei compagni di squadra vedevano che stavo lottando per tornare al top”.

Pian piano, con pazienza e costanza, Raí inizia a farsi apprezzare da tutti. Anche per il proprio atteggiamento fuori dal campo. Una volta, nel 1995, un giornalista di PLACAR si reca a Parigi per intervistarlo e lo fa... in metropolitana. Persona, non personaggio. Uomo normale, non star. Un po' come quando Beppe Viola chiacchierava con Gianni Rivera su un tram milanese. Un tifoso lo nota, lo guarda, lo riconosce. Sbarra gli occhi: “Tu con la metro? Pensavo avessi una macchina”. E lui, sorridendo: “Ce l'ho, ma andare con la metro è più rapido”.

Sono tempi in cui la burrasca iniziale è già passata e ha lasciato il posto al sereno. Dopo il primo anno d'ambientamento, Raí ha già iniziato a prendersi una fetta di cuore dei sostenitori del PSG, che per la prima – e fino ad oggi unica – volta si mette in tasca un trofeo internazionale: la Coppa delle Coppe del 1996. Decide il futuro milanista Bruno N'Gotty, con una destro al veleno da fuori area contro gli austriaci del Rapid Vienna. Raí, reduce da un infortunio, disputa solo un quarto d'ora nel finale. Ma in precedenza è stato lui a eliminare quasi da solo il Parma agli ottavi di finale, con una doppietta al ritorno dopo il ko di misura del Tardini. Solo il Barcellona di Ronaldo impedirà al PSG il bis un anno più tardi.

Sono anni in cui il club della Capitale non parte sempre in prima fila. In Europa, ma nemmeno in Francia. E per questo dà valore a ogni piccola conquista. Anche la semifinale di Champions League raggiunta, e poi persa contro il Milan, nel 1995. Scorrendo il palmarès messo assieme Raí in cinque anni, si trova pochino in relazione alla sua fama: un paio di Coppe di Francia, altrettante Coppe di Lega, una Supercoppa francese. Più il campionato del '94, quello conquistato da peggior giocatore del torneo. Stop. Ma per i parigini conta poco. Sarà la nostalgia, ancora una volta. O forse no.

Il fatto è che Raí viene considerato il maggior esponente di un'epoca particolare. Meno dorata e meno cosparsa di lustrini, magari. Ma forse più vera. Più vicina alla gente. Nel febbraio del 2020 è comparso uno striscione al Parco dei Principi. Nel mirino della fetta più calda del tifo del PSG sono finite le stelle della squadra ai tempi allenata da Thomas Tuchel, messe in comparazione con tre pilastri del passato:

Kombouaré, Gino (David Ginola, nda) e Raí avevano uno spirito combattivo. Thiago Silva, Mbappé, Neymar: avete paura di vincere? Tirate fuori le palle”.

Raí, che nel 2016 ha acquisito la cittadinanza francese, è sempre stato idolatrato per questo. Per i suoi 72 centri in 215 presenze, ma anche e soprattutto per l'impegno costantemente profuso in campo, abbinato a una qualità e a un'eleganza di prim'ordine. Ha conquistato un pubblico dal palato fino, difficile da sedurre. Ha aperto la strada a un'invasione brasiliana a Parigi: i Leonardo, i Ronaldinho, i Nenê. Fino ai Thiago Silva e ai Neymar dei tempi moderni. Raí è stato il settimo esponente verdeoro a Parigi, non il primo, ma tutti i connazionali ne hanno seguito le orme. Anche se lo stesso Neymar si è dimenticato di lui al momento di stilare l'undici ideale di sempre del PSG, preferendo inserire Dani Alves e Nenê.

E poi Raí piaceva, ed è rimasto nel cuore della gente, anche per il suo essere normale una volta sfilate le scarpe con i tacchetti. Non ha mai fatto pesare il proprio status di calciatore. Nell'immagine a corredo della celebre intervista in metro, è stato immortalato con in mano un libro. In barba a ogni stereotipo sul labile collegamento tra calciatori e quoziente intellettivo. La passione del padre per i filosofi greci lo ha contagiato. Ha detto una volta: “Mi piace parlare di cose diverse da quelle della vita quotidiana. Ad esempio, sono incuriosito dalla relatività del tempo e dal senso della vita”.

Nel 1998 Raí ha creato assieme a Leonardo, suo ex compagno al PSG, una fondazione benefica con lo scopo di promuovere l'educazione giovanile tramite lo sport. È attiva ancor oggi e da lì è uscito Endrick, il baby gioiello del Palmeiras. Nel 2013 gli è valsa il conferimento della Legion d'onore dall'allora presidente François Hollande, che ha risaltato “il suo talento e la sua gentilezza”. Si chiama Fundação Gol de Letra, ovvero Fondazione Gol di Tacco. Come quello che l'ex trequartista ha segnato nel 2000 in un 3-2 al Palmeiras, prima di chiudere subito dopo la carriera di calciatore. Mai banale.