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L'Olanda fallisce ancora: tra premesse, polemiche e pressioni

21:06 CEST 27/06/21
Frank De Boer Netherland
L'Olanda fallisce ancora: eliminati a Euro 2020 dalla Repubblica Ceca, gli Orange proseguono una striscia difficile nelle competizioni tra nazionali.

A undici anni di distanza dalla finale dei Mondiali del 2010, per l'Olanda nulla, o poco, è cambiato: anzi. Il tempo, come cristallizzato, segna continuamente l'ora del goal di Andres Iniesta a Johannesburg, e con esso i rimpianti di una nazionale non giovanissima, ma piena di talento, a un passo dalla storia. E lì, in qualche modo, la storia si è fermata.

Non c'è un modo ben preciso, in realtà, per comprendere l'importanza in positivo e in negativo di quella gara lì, come della semifinale, ancora ai Mondiali, ma nel 2014, persa ai rigori contro l'Argentina: entrambe, però, ci aiutano a capire quanto sia difficile, a volte, essere olandesi calcisticamente, anche alla luce delle altre competizioni tra nazionali dal 2010 ad oggi. Alcune neanche disputate.

Forse è anche per questo motivo che la missione di Frank de Boer non è mai stata semplice: nel 2012, ad esempio, gli Orange di van Marwijk vennero eliminati al primo turno nel "girone di ferro" con Danimarca, Germania e Portogallo, mentre nel 2016, all'indomani dei Mondiali brasiliani, mancarono addirittura la qualificazione agli europei francesi. L'inizio di un periodo disastroso, concluso con i Mondiali russi, nel 2018, guardati comodamente sul divano di casa.

E da quel momento che l'Olanda ha riorganizzato le idee e le forze, puntando su una generazione di talenti che nell'Ajax stava trovando spazio e modo per dire la sua: de Jong e de Ligt sono solo due esempi di giocatori (insieme a pilastri come van Dijk, Wijnaldum e Depay) su cui Ronald Koeman costruisce la sua nazionale, in un modo che sembra essere quello giusto. E i frutti si vedono in Nations League, nel 2019, con la finale conquistata dopo aver battuto l'Inghilterra per 3-1, ma persa contro il Portogallo. Comunque un ottimo segnale.

Torniamo al presente: l'Olanda soffre forse più di altre nazionali il peso del proprio passato. Basti pensare ai commenti poco lusinghieri di van Basten, colonna e chiaramente attento osservatore della formazione di de Boer (subentrato a Koeman nel 2020), espressi dopo la vittoria contro l'Austria per 2-0 ottenuta lo scorso 17 giugno a Euro 2020 e diretti, in particolare, a Matthijs de Ligt. Se è questa è coesione.

C'è da dire, comunque, che de Boer dal suo arrivo ha dovuto fare i conti con critiche anche ingenerose, tra cui quelle che vedrebbero, nel suo assetto tattico (il 3-5-2), lo snaturamento della filosofia calcistica olandese: il calcio, in realtà, è più interpretazione che tattica, a volte, e il gioco dell'allenatore olandese (arrivato tra lo scetticismo generale, viste le precedenti esperienze in panchina), a tratti spettacolare, ma sicuramente offensivo, ne è la conferma.

Cosa è andato storto, allora? Dopo tre gare perfette, probabilmente la pressione degli ottavi, della partita secca, quella contro la Repubblica Ceca: una prestazione sottotono in particolare palesata da tre aspetti. Il primo è senza dubbio il rosso di de Ligt, segno di frenesia; il secondo l'errore di Malen che, davanti al portiere ceco Vaclik, preferisce il dribbling alla conclusione; il terzo il match di Wijnaldum, concluso con dieci passaggi totali in novanta minuti (il minor numero di passaggi di un giocatore di movimento registrati in una gara a eliminazione diretta degli europei dal 1980).

Non sappiamo se l'Olanda riuscirà mai a riprendere il senso della sua tradizione calcistica fatta di emozioni e talento: la storia non sta premiando gli Orange. Fermi ai rigori contro l'Argentina nel 2014 e alla rete di Iniesta nel 2010: fermi, insomma, al passato.