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Ricchezza e fama? Meglio la tonaca: Mulryne, dalla Premier alla Chiesa

08:03 CEST 11/05/22
Mulryne GFX
Calciatore di Norwich e Manchester United senza pace: "Ho scoperto che con tutte le cose circostanti alla fine c'era una sorta di vuoto".

Aveva raggiunto fama, ricchezza e potere. Era libero come un pirata gentiluomo, aveva veleggiato verso il successo con la ciurma dei Diavoli Rossi e dei Canarini gialli. Aveva con sè i dobloni di tredici anni di scorribande in giro per il Regno Unito, la stima degli avversari, la prontezza di rispondere presente alla chiamata della flotta Nord-irlandese. Philip Mulryne, però, non sentiva di avere tutto, quello che milioni di persone hanno sognato, sognano e sogneranno. Guadagnava qualcosa come 800.000 euro all'anno, vestiva abiti costosi all'interno di automobili d'annata. Ma la sua strada su mezzi di trasporto navali o con quattro ruote si chiudeva sempre in una strada buia, senza luce. Non riusciva ad andare oltre, fermo, quasi arreso all'essere incatenato alla gloria del pallone, senza felicità personale.

Nel 2004/2005, però, quando Mulryne gioca la sua ultima annata al Norwich City tra il fuck off di un avversario e un altro, guarda avanti a sé e finalmente scorge il futuro dietro la piramide di sterline costruitosi nel corso del decennio precedente tra Manchester United e The Canaries. Si illumina, esplorando quel vecchio insegnamento dei genitori, quel consiglio che molti suoi colleghi calciatori hanno avuto modo di impartire a distanza e non per forza personalmente. Si rifugia nella fede e nella religione.

Calcio e fede, un binomio spesso perfetto e in altrettante occasioni quanto mai all'opposto. Gli atleti di cristo, le bestemmie, i segni della croce, gli attacchi alle divinità. Un mondo soggettivo che per alcune federazioni non p più soggettivo, viste le regole ferree, con conseguente punizioni, riguardo insulti alle entità soprannaturali e parole pescate da tifosi, dirigenti e telecamere. Mulryne abbandona il calcio e il suo mondo quando scopre che la ricchezza, le feste e la bella vita, quella comunemente giudicata come tale, non fanno per lui.

FAMA E RICCHEZZA: NO GRAZIE

La sua bella vita è quella all'interno di un luogo di religione, una chiesa. Non una novità, visto l'addio al pallone, ad esempio, del collega Chase Hilgenbrink o del momentaneo periodo da frate predicatore di Carlos Roa, che disse no al Manchester United guidato dalla sua ideologia. A 27 anni torna a Belfast, dopo le stagioni al Norwich, per scoprire sé stesso e valutare il suo futuro.

Ci vorranno altri tre anni prima che Mulryne dica addio al calcio, dopo aver giocato per Cardiff City, Leyton Orient e King's Lynn. Quando Mulryne pulisce le scarpette e le ripone in un cassetto, con il chiodo dell'addio calcistico al suo fianco, sono passati dieci anni dall'ultima presenza con il Manchester United. Come Neville, Giggs, Scholes e Beckham, infatti, fa parte dei Red Devils nati anni '70. La grande differenza è che i compagni di quegli anni riusciranno a fare la storia del calcio britannico e continentale. A differenza loro, infatti, l'avventura sotto Ferguson sarà limitata ad una sola presenza nel 1997/1998 contro il Barnsley.

Duttile come attaccante, centrocampista o ala, posizioni ricoperte con il Manchester United anche in occasione della vittoria della FA Youth Cup 1995 insieme a Phil Neville, sarà chiuso in prima squadra sia da imprescindibili arrivati dalle zone più svariate del pianeta o del solo Regno Unito, ma anche da elementi con una classe innata, di quelli che nascono una volta ogni 50 anni. Di Mulryne, invece, ne nascono una manciata ogni anno: una caratteristica che non basterà per sfondare.

Sulla schiena l'11 nelle giovanili del Manchester United conquisterà la Nazionale dell'Irlanda del Nord prima di fare il suo debutto con i grandi, rimanendo con quest'ultimi per tre stagioni prima di essere ceduto al Norwich, una volta resosi conto che per lui non c'è spazio. Occupato dagli altri. L'ex numero 28 di Ferguson si ritaglia così un posto importante nel Norwich, incatenandosi alla propria rappresentativa con orgoglio e dedizione. La stessa con cui darà vita ad un nuovo Mulryne nel 2005, facendo parlare di sé tra i siti di cronaca religiosa e i trafiletti delle curiosità una volta iniziato a unire il volontariato con la propria vocazione.

"Nel mio ultimo anno a Norwich ho iniziato a essere insoddisfatto dell'intero stile di vita" ha raccontato al sito ufficiale dei gialloverdi qualche anno fa. "Avevo una vita meravigliosa come calciatore e io sono stato molto privilegiato, ma ho scoperto che con tutte le cose circostanti alla fine c'era una sorta di vuoto. Sono rimasto piuttosto scioccato: perché non sono felice quando ho tutto ciò che vogliono i giovani uomini?

Così ho iniziato un viaggio personale per esplorare di nuovo la mia fede, la fede che avevo da giovane. Ho deciso di tornare a casa per un anno ed è stato proprio durante quell'anno che tutto si è capovolto. Per un po' ho fatto volontariato in un centro di accoglienza per senzatetto. Ho iniziato a tornare a messa e ho ripreso a pregare regolarmente. Avevo appena trovato un vero senso di appagamento con questo modo di fare".

Pur di tornare in Galles, per riscoprire la propria nazione e capire cosa stava succedendo, Mulryne accetta di firmare per un club, il Cardiff, abituato a lottare solamente per non retrocedere in terza serie. La gloria comincia a sfuggire via, ma il ragazzo ha ottenuto ciò che voleva: capire se la sua insoddisfazione generale fosse dovuta a rimpianti, magari per non aver lasciato il segno al Manchester United, o ad un mondo che non gli apparteneva. Nonostante la compagine gallese veleggi verso lidi tortuosi, Philip è felice.

“Il calcio ha avuto alti e bassi enormi ma c'era qualcosa che mi stava dando un costante senso di appagamento"

Nel 2006 Mulryne ha capito. Ha risolto l'enigma della sua vita. Il calcio era semplicemente un modo per tirare avanti, ma la ricchezza e la fama non l'hanno mai soddisfatto. Vuole di più, invece, dall'altra parte della barricata. Scavalca quella sportiva per abbracciare quella religiosa, oltre le solite canoniche e continue preghiere di qualche minuto durante il decennio precedente.

"La mia vocazione al sacerdozio e alla vita religiosa è venuta più tardi nel corso di quell'anno. Ho sentito questo forte desiderio per questo modo di vivere e ci sono rimasto per alcuni mesi, poi ho avuto il coraggio di esplorarlo e ho preso la mia decisione".

MULRYNE DELL'ORDINE DEI FRATI PREDICATORI

Lascia così il calcio nel 2008 e nel 2009 cambia radicalmente la sua vita, nonostante pensi ancora un minimo ad una possibile eventualità passeggera: il desiderio di allenare e lasciare da parte il calcio giocato e gli infortuni, molteplici, capitati nel corso delle stagioni precedenti non è ancora passato. Un ruolo più maturo, se non altro perché come allenatore di ragazzi più giovani, potrebbe insegnare loro quei segreti della vita letti durante gli ultimi anni e non solo come attaccare spazio e profondità.

Niente affatto: abbandona il pallone completamente, senza essere manager, opinionista o dirigente. Quando ha 31 anni inizia la formazione per il sacerdozio cattolico romano, dopo aver inizialmente pensato di diventare un prete secolare nel Seminario di Saint Malachy a Belfast e in quello della diocesi di Down e Connor. Il suo primo periodo post calcio coincide sia con la formazione religiosa, ma anche con gli studi filosofici alla Queen's University di Belfast.

Mulryne non cambia idea. Si trasferisce a Roma per studiare teologia, entrando nell'Ordine dei Predicatori Domenicani nel 2012. Così facendo, l'ex centrocampista del Manchester United nel 2016 viene ordinato diacono a Dublino e dunque sacerdote un anno dopo, sempre nella capitale irlandese. La sua vita è oggi a Cork, nella St Mary's Priory Church. Quando capita non disdegna di rincorrere nuovamente il pallone, anzi. Non solo in oratorio e in cortile, ma anche in stadi colmi, basti pensare alle sfide organizzate per rivedere in campo le leggende del Norwich, come quella giocata contro l'Inter nel 2018.

Come uomo di fede religiosa, vede ormai quella calcistica come qualcosa di esageratamente folle. Questo, secondo lui, rispetto all'originale attaccamento a cui punta per sé e i propri fedeli:

"Il calcio è veicolo meraviglioso per insegnare grandi valori, ma le persone si legano ad un determinato club e quindi è in qualche modo una forma di adorazione. Le persone non dovrebbero prendere il calcio troppo sul serio trasformandolo in un Dio".

Una questione di cui la soggettività non può che farla da padrone, ma verso cui Mulryne rema. La direzione in cui la barca è sempre stata la stessa, anche quando era attorniato dall'altra, in cui il calcio, l'arrivare al top e le conseguenti ramificazioni della gloria la facevano da capi e Re. Non è mai riuscito a godersi quel mondo. Non ha mai voluto godersi quel pianeta pallone. Ha preferito stare bene con sé stesso, con meno. O forse con più. A voi la scelta.