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Milan-Atalanta 9-3, la partita con più reti in Serie A: nessuna pietà

08:59 CEST 14/05/22
Milan-Atalanta 9-3 GFX
L'Atalanta non subiva reti da sette gare: Pianta sostituito dopo la goleada, tremava come una foglia. "No possiamo regalare niente" disse Rocco.

Una contrapposizione eterna, che da decenni divide il racconto calcistico attorno alla goleada. E non quella somma di reti, nel numero di quattro o cinque, che si vorrebbe spacciare per goleada. Si tratta di quella con sei, sette, dieci reti da parte di un avversario che continua ad attaccare con le ali di Mercurio ai piedi e la spada di chi non si accontenta. Una modalità rabbiosa in stile Berserk, limitata solamente dal più grande nemico: il tempo. Fino al 90', una caterva di reti e il grande quesito durante e dopo il match: meglio fermarsi per non infierire davanti ad un team asfissiante dalla situazione o meglio continuare a premere sull'acceleratore per rispettare i colleghi. Probabilmente la verità sta nel mezzo e dipende dal contesto del match.

Milan-Atalanta 9-3, la gara di Serie A con più reti nella storia del campionato, non fugge alla soggettività dell'idea comune: allora, nell'ottobre 1972, ci fu chi gridò allo scandalo e chi, anche tra il tifo atlantico, apprezzo il carattere di un Milan che non volle fermarsi, giudicando non alla propria altezza avversari che sì erano di gran lunga più deboli tecnicamente e storicamente, ma avevano dalla propria una formazione con i soliti interpreti. Senza nessun inserimento dei giovani della Primavera ad esempio, come spesso accade davanti a goleada annunciate e di cui si discute già nei giorni precedenti all'effettiva grandinata di sfere rotanti alle spalle del malcapitato portiere di turno.

In questo caso, il disegnato identikit del numero uno che deve fare ricorso alla pomata anti-mal di schiena per il troppo inchinarsi è quello di Pietro Pianta, un passato nel Cagliari di Gigi Riva e un presente, in quel 15 ottobre 1972, tra i pali infuocati di un Meazza che non concede sconti. Non lo concedono i tifosi, continuamente al grido di Serie B, Serie B, non lo concedono i giocatori di Cesare Maldini, allenatore e Nereo Rocco, direttore tecnico con uno sguardo alla panchina che nei due anni precedenti ha visto lo Scudetto dal basso verso l'alto. Dopo lo storico successo del Cagliari, si sono riviste le grandissime: prima l'Inter e poi la Juventus hanno festeggiato il titolo davanti ai rossoneri del Paròn.

Rocco è in sella al Diavolo dal 1967, dopo la prima parentesi vincente del biennio 1961-1963. Ha già conquistato due Coppa dei Campioni e due Scudetti, ma è quasi superfluo evidenziare come non abbia nessuna intenzione di accontentarsi. Fino a quando sarà in vita e alla guida del Milan, proverà a vincere più trofei possibili. Non ci riuscirà. Nemmeno nella stagione 1972/1973, in cui il successo contro l'Atalanta per 9-3 sarà simbolo della potenza dei singoli rossoneri, non ancora perfettamente amalgamati per poter battere la Juventus.

E' un Milan che può contare su Bigon, Prati, Schnellinger e Chiarugi. Una potenza di fuoco che a fine annata sarà di gran lungo il miglior attacco, con 65 realizzazioni e una distanza dalla seconda, la Juventus, di ben 20 goal. Il problema di quel team rossonero è la difesa, da zona retrocessione. 33 reti incassate, quarto dato negativo dietro le sole Palermo, Ternana e Verona, con le prime due effettivamente retrocesse nel maggio del 1973. La sfida contro l'Atalanta che il 16 ottobre 1972 verrà descritta dai quotidiani nazionali come un evento praticamente irripetibile, sarà l'emblema della stagione rossonera: tanti goal fatti, tanti goal incassati.

I media, quarant'anni fa, ci videro giusto: sarebbe stato difficile raggiungere dodici reti in una sola partita per molto tempo. Ad aprile 2022, quel numero è stato avvicinato solamente da  Parma-Livorno 6-4 del 2004/2005 e Lazio-Sampdoria 7-3 del 2016/2017. Dieci reti, due in meno rispetto al record di quattro decenni fa (undici, per inciso, è stato registrato solamente negli anni '50). In che modo si arrivò ad una goleada da parte del Milan e ad una tale disfatta dell'Atalanta?

Una serie di fattori, scaturiti dalla leadership di Rivera. Abatino prende le redini del Milan, mettendo in mostra i gradi di generale e la propria classe. Dopo un quarto d'ora, del resto, la gara è ancora ferma sullo 0-0, ma è l'Atalanta, quella che verrà mitragliata per nove volte durante il match, ad attaccare. I rossoneri sono in bambola senza riuscire a reagire, fino a quando il dieci decide di dare una scossa alla sua squadra. Necessaria, considerando che la Dea viene da sette gare tra Serie A e Coppa Italia senza subire reti. Insomma, serve dare tutto, contro una squadra che sembra benedetta dall'invulnerabilità eterna. Per nulla.

Su Rivera c'è Giancarlo Savoia, schierato dal tecnico Corsini nonostante un infortunio da cui ha appena recuperato. Il libero sarà decisamente tra i peggiori in campo, beccandosi un 4 in pagella in quasi tutte le valutazioni nazionali al pari di Giacomo Vianello. Le difficoltà dell'ex bandiera del Verona al centro risulteranno evidenti dopo un certo numero di reti, in cui il Milan capirà di poter puntarlo senza difficoltà, soprattutto tramite l'azione di Rivera. Vianello, invece, si confronta con Prati perdendo praticamente ogni duello: il bomber milanista, alla fine, metterà insieme una tripletta.

LA DANZA DEL DIAVOLO

Quando sugli spalti si mormora che per il Milan sarà una giornata difficile, al 15' Prati segna il primo dei suoi tre goal, dando il vantaggio ai rossoneri: Schnellinger per Chiarugi, palla in profondità per il la scivolata col mancino del compagno. Pianta tocca, ma la palla finisce comunque alle sue spalle. E' l'1-0 che farà scattare qualcosa, da entrambe le parti. In comune un solo pensiero: l'Atalanta non è invulnerabile. E così i padroni di casa prendono fiducia, mentre gli ospiti, quasi consapevoli di non avere dalla propria più nemmeno il proprio dato difensivo intonso, crollano.

Come detto, i tre giocatori più in difficoltà sono Vianello, Savoia e l'estremo difensore Pianta. Nessuno di loro riesce a fronteggiare il Milan quando si ritrova pericolosamente in area. Basti pensare che al termine della gara i tiri in porta saranno tredici, di cui nove reti. Fossero stati di più probabilmente si sarebbe finiti in doppia cifra, vista la letalità del coltello nella tenera retroguardia nerazzurra. Rivera, invece, fa quello che vuole. Serve su punizione Prati in area, che prolunga per il raddoppio di Bigon al 30' e segna al 34' su invito dello stesso autore del 2-0.

In mezzo, però, c'è la rete di Divina, segno di come l'attacco non abbia subito il colpo di una difesa battuta dopo sette gare, ma solamente la difesa. Sulle fasce di difesa il Milan traballa, mentre i nerazzurri volano. Entrambe pensano solo ad attaccare, praticamente mai a difendere. Il problema dell'Atalanta non è il cinismo offensivo, considerando che tre delle cinque occasioni pericolose finiranno alle spalle di Belli, ma bensì la difficoltà nello sfondare internamente. Il centrocampo è infatti dominato da Rivera, Bigon, Benetti e Prati, con occhi dietro la testa e gambe extra per poter esserci sia in avanti, sia in difesa.

Sul 3-1, al 40' l'Atalanta non c'è già più, mentre il Milan è ovunque. Chiarugi delizia con un tacco per Benetti che segna la quaterna, davanti ad avversari fermi ad aspettare il proprio destino, convinti che questo sia stato scritto. La voglia di cambiarlo è praticamente nulla, mostrata solamente quando qualcuno degli undici schierati in campo pensa di come il fato sia nelle proprie mani. Una sensazione di pochi secondi, però, davanti una consapevolezza sputata fuori: resistere è inutile.

Al 51' Chiarugi riceve da Rosato e piazza col piatto mancino la quinta rete davanti ad un popolo milanista in visibilio, prima del sesto centro messo dentro da Rivera dopo un gran lavoro di Chiarugi sulla sinistra, abile a rubare palla a Maggioni per mettere in chiaro di essere senza dubbio alcuno uno dei tre migliori in campo, insieme a Prati e all'onnipresente capitan Rivera.

Sul 6-1 il pubblico mormora solamente in minoranza pensieri di pena per i malcapitati avversari. La vecchia diatriba se sia meglio continuare ad attaccare o accontentarsi di cinque goal di vantaggio è su una bilancia che tende largamente in favore di chi sa di far parte della storia. Del resto l'Atalanta segna al 54' con il colpo di testa di Ghio, togliendo gli ultimi dubbi a tifosi e giocatori del Milan. Si continua: 7-2 grazie al colpo di testa di Prati, 8-2 con Bigon e nono centro con la punizione di Prati, subito dopo il terzo goal di Carelli.

A subire le ultime due reti non è Pianta, ma bensì il 24enne Marcello Grassi. Mister Corsini non è rimasto a guardare il terrore, reale, negli occhi del proprio portiere titolare. Sta letteralmente tremando tra i pali e la pressione psicologica dell'aver subito sette goal l'ha buttato giù. Sul settimo goal del Milan ha provato inutilmente a lanciarsi sul pallone, senza riuscirci. Rotola sulla linea di porta, frastornato dall'ennesima realizzazione avversaria. Rimane a guardare il pallone basito, stupito, inorridito.

Quando Grassi prenderà il suo posto, Pianta correrà verso la panchina per sedersi. Psicologicamente distrutto una volta arrivato da Corsini, con un gesto delle mani a rappresentare frustrazione, shock e limite psicologico raggiunto. Il secondo portiere subirà ottavo e nono goal quando il Milan comincerà realmente a rallentare, forse sì convinto di non dover infierire, staccandosi dal grido di "dieci, dieci' pronunciato all'unisono dal Meazza.

LE REAZIONI A FINE GARA

Al termine del match, Benetti, risponderà drasticamente alle domande direzionate in una sola direzione. Giusto continuare a segnare o giusto fermarsi?

"Credo che non si abbia dato la sensazione di prenderli in giro. Abbiamo segnato i goal ogni volta che si presentava l’occasione. Era il miglior modo di onorare l’avversario. Continuare cioè a temerlo"

Parla anche Rivera, che pochi giorni prima aveva giurato di essere pronto a rimanere in silenzio dopo l'ennesima polemica:

"Più facile del previsto. Sono capocannoniere del campionato? Non montatemi la testa...".

Grazie a due doppietta casalinghe, infatti, Rivera si trova in cima alla graduatoria insieme al compagno Prati e a Spadoni della Roma. A maggio, effettivamente, riuscirà a vincere la classifica marcatori a pari merito con Savoldi e Pulici (17 reti a testa), davanti ai compagni Chiarugi e Bigon (12 e 10): non basterà per lo Scudetto, visto l'ennesimo secondo posto del Milan, un punto dietro la Juventus con due pareggi per 2-2 in entrambe le gare stagionali.

Rocco, invece, è soddisfatto per i 28.000 di San Siro dopo il 9-3 all'Atalanta:

"Ho visto sprazzi di grande gioco, il pubblico si è divertito. Però tre goal non ci volevano per la mia difesa, a San Siro non li avevo mai presi".

In realtà sì, quattro contro la Juventus nell'annata precedente, come gli faranno notare in zona mista. Rocco cambia discorso, complimentandosi con l'Atalanta nonostante le nove reti subite e cercando, in conclusione, di chiudere la diatriba già montata riguardo ad una forse troppo severa punizione:

"Mi dispiace per questa lezione ma non possiamo regalare niente".

Quarant'anni dopo, il dibattito non si è mai evoluto. Da una parte i forconi dei difensori della pietà. Dall'altra le torce di chi non vuole mancare di rispetto all'avversario. Tra quarant'anni, probabilmente non sarà risolto il caso: troppo soggettivo. Figlio del momento e delle circostanze.