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Massimo Orlando, il talento sfortunato chiamato a sostituire Baggio

09:20 CEST 30/04/22
Massimo Orlando GFX
Giocatore dal grandissimo talento, Orlando è stato per i tifosi della Fiorentina il dopo-Baggio. La sua carriera sarà condizionata dagli infortuni.

Farsi largo nel mondo del calcio fino ad arrivare in Serie A, segnare un goal proprio nella porta alle spalle della quale ci sono i tifosi della tua squadra che ti acclamano e diventare in quello stesso istante l’idolo di un’intera città.

E’ questo il sogno di ogni bambino innamorato del pallone ed è questo ciò che è esattamente accaduto a Massimo Orlando in una domenica di novembre del 1990.

Poche frazioni di secondo che danno un senso diverso a tutto, al punto da spingerti a pensare che ne è valsa veramente la pena. L’aver lasciato casa quando non si è ancora pronti per farlo, l’essersi trasferiti dall’altra parte dell’Italia con la speranza di poter tornare un giorno da campione affermato, la gioia che solo le prime partite ‘vere’ possono dare, la delusione per aver mancato una promozione quando ormai sembrava cosa fatta e quel piacere innato che dà la sensazione di avere un qualcosa in più degli altri.

Massimo Orlando è stato uno dei migliori talenti proposti dal calcio italiano nel corso degli anni novanta. Che fosse speciale lo si era intuito fin da subito e soprattutto lo hanno capito gli osservatori della Reggina che nel 1988 lo prelevano dal Conegliano, una società che può vantare uno dei settori giovanili più importanti del Veneto.

Trasferirsi ad oltre milleduecento chilometri da casa per inseguire un sogno quando sei ancora poco più che un ragazzino non è cosa da tutti, ma Orlando compie quel lungo viaggio sapendo che può valerne la pena. I primi allenamenti, le prime giocate da talento superiore e poi anche la fortuna di trovarsi al posto giusto e al momento giusto. Gli infortuni di un paio di titolari a centrocampo spingono Nevio Scala a puntare su quel talento di diciassette anni che ha tutta l’aria di poter fare la differenza in Serie B. Le qualità ci sono tutte, la voglia di farcela anche ed il campo conferma ciò che gli occhi avevano visto in allenamento. Il ragazzo è speciale e merita di giocare. Sempre.

La prima stagione di Massimo Orlando tra i professionisti si chiude con una delusione: una sconfitta ai calci di rigore contro la Cremonese nello spareggio che avrebbe potuto regalare alla Reggina la prima storica promozione in Serie A. L’amarezza è ovviamente tanta, ma intanto di lui si è già iniziato a parlare come di un talento destinato a fare strada.

La seconda annata alla Reggina è quella delle conferme. Nevio Scala intanto si è trasferito a Parma per gettare le basi di quella che di lì a poco diventerà una squadra capace di stupire l’Italia e l’Europa intera, ma anche il nuovo tecnico amaranto, Bruno Bolchi, non rinuncia alle giocate di quel ragazzo che intanto ha già fatto il passo successivo: è entrato nel mirino dei più grandi club di Serie A.

Ad avere la meglio nella corsa che porta al suo sinistro fatato è la Juventus, che pur di superare la nutrita concorrenza mette sul tavolo qualcosa come sei miliardi di lire. E’ una cifra enorme per un giocatore appena maggiorenne con una cinquantina di partite nelle gambe (con quei soldi la Reggina ci costruirà il centro sportivo), ma all’ombra della Mole nessuno ha dubbi sulla bontà dell’investimento.

Orlando si riscopre tra i protagonisti del calciomercato, ma quella è l’estate del 1990 e gli occhi di tutti i tifosi bianconeri non possono che essere per un unico giocatore: Roberto Baggio.

E’ infatti in colui, che poi diventerà il ‘Divin Codino’, che la Vecchia Signora ha individuato il campione destinato a riportare i bianconeri ai livelli più alti e d’altronde non potrebbe essere altrimenti: ha acquistato uno dei più grandi fuoriclasse del calcio mondiale.

Con Baggio in squadra è impossibile trovare spazio e Orlando lo sa bene. Giocano a calcio in maniera diversa, ma sono due giocatori di qualità e anche solo pensarli insieme nello stesso undici è complicato. Uno è un campione già affermato, mentre l’altro è un ragazzo che sta bruciando le tappe e che è ancora alla ricerca della sua dimensione.

I due non giocheranno mai insieme in una partita ufficiale, ma non si può raccontare la carriera di Massimo Orlando, senza citare più volte il nome di Roberto Baggio.

Sarà proprio lo stesso Baggio a convincere Orlando ad accettare, pochi mesi dopo, il trasferimento alla Fiorentina. Gli dice che quella Firenze che lui ha lasciato con la morte nel cuore è una città meravigliosa, che quella viola è una tifoseria che sa amare come poche e che quella gigliata è la squadra giusta per lui: quella nella quale potrà trovare quello spazio che nessuno gli potrà mai garantire a Torino.

E’ così che si arriva all’11 novembre del 1990. Orlando, che è passato alla Fiorentina in prestito nel corso della finestra autunnale di calciomercato, per la prima volta mette piede sul prato dell’Artemio Franchi da giocatore viola. Entra nella ripresa per sostituire Di Chiara e all’85’, con il risultato inchiodato sull’1-1, vince un contrasto, scambia al limite dell’area con un compagno, fulmina il diretto marcatore con uno di quei dribbling che lasciano a bocca aperta e trafigge Braglia con un sinistro imprendibile. E’ il primo goal in Serie A ed è ciò che aspettava da sempre. E’ il momento più importante della sua carriera, ma è un momento importantissimo anche per una Firenze che capisce che c’è vita’ dopo Baggio.

I tifosi viola non hanno ancora superato il trauma provocato dal trasferimento alla Juventus del loro idolo ed hanno un disperato bisogno di aggrapparsi ad un altro campione. Il Genoa poi pareggerà quella partita in pieno recupero con Skuhravy, ma la delusione del momento sarà lenita dalla sensazione di aver trovato un nuovo gioiello da adottare e allevare.

Nel momento stesso in cui Massimo Orlando inizia la sua corsa verso la Fiesole per festeggiare la sua prima marcatura in Serie A, per molti è già diventato l’erede di Roberto Baggio.

Le settimane successive raccontano di un ragazzo capace di incantare con il 10 sulle spalle. E’ un giocatore atipico, nel senso che unisce a qualità fuori dal comune anche la grinta di un centrocampista di sostanza, e la cosa non fa altro che renderlo ancora più amato.

Alterna giocate da campione a rincorse furibonde per fermare l’avversario e non solo si conquista una maglia da titolare inamovibile, ma diventa tra i trascinatori di una squadra chiamata a fare i conti con il problemi che una profonda ricostruzione comporta.

La sua prima annata in viola parla di ben otto goal in venticinque partite di campionato. Tanti gliene bastano per diventare il capocannoniere dei gigliati e per meritarsi un coro scandito incessantemente dai tifosi ogni domenica.

"Meglio di Baggio, Orlando meglio di Baggio"

L’eredità raccolta è di quelle pesanti e infatti gestire la cosa si rivela fin da subito complicato. Ad Orlando il destino ha imposto il dovere di sostituire in campo e nei cuori della gente uno dei fuoriclasse più amati dell’intera storia della Fiorentina, ma l’impresa è praticamente impossibile. A dispetto di quanto intonato dai suoi tifosi, Baggio è infatti Baggio e in quel momento è semplicemente il più forte calciatore del mondo. Il nuovo idolo viola ce la mette tutta ogni domenica, ma a venti anni certi paragoni pesano.

La sua seconda annata fiorentina sarà meno brillante della prima. A Firenze intanto è arrivato Batistuta, un ragazzo che ancora non sa che diventerà una leggenda, ma anche Pietro Maiellaro, un talento cristallino che a Bari ha fatto intravedere cose incredibili.

Sebastiao Lazaroni, il meno brasiliano tra gli allenatori brasiliani, non immagina una Fiorentina con Orlando e Maiellaro insieme in campo e la cosa si traduce in una staffetta che non fa bene a nessuno dei due giocatori.

Firenze stravede per il primo, che intanto è entrato a far parte della prima Under 21 di Cesare Maldini che si laureerà campione d’Europa, e prova a godersi i rari lampi di classe del secondo. Anche alla Fiorentina si accorgono che forse uno dei due è di troppo e quando nell’annata successiva ci sarà da fare il salto di qualità, nessuno avrà dubbi su chi puntare.

Maiellaro saluta dopo una parentesi avara di soddisfazioni, mentre Orlando resta per diventare uno degli uomini di punta di una squadra rafforzata con giocatori del calibro di Effenberg, Baiano, Di Mauro e Brian Laudrup.

Quella messa a disposizione di Gigi Radice è una rosa di primissimo ordine, tanto che a Firenze c’è chi inizia a sognare in grandissimo, ma la stagione 1992-1993 scivolerà via tra scelte incomprensibili della società e prestazioni inspiegabili in campo. La Fiorentina non riuscirà ad andare oltre ad un quindicesimo posto che vorrà dire una delle retrocessioni più clamorose dell’intera storia del calcio italiano.

Per Massimo Orlando, che intanto ha iniziato ad amare la Viola in maniera viscerale, la cosa rappresenterà un trauma difficile da superare. Il giorno stesso in cui la Fiorentina si riscoprirà in Serie B, lui avvertirà che qualcosa è cambiato. Si sente impotente e colpevole di aver tradito i suoi tifosi. Sta male come non è mai stato male prima e si riscopre costretto a fare i conti con l’avversario più difficile da dribblare: la depressione.

Quella retrocessione gli nega tra l’altro la possibilità di arrivare lì dove in quell’annata avrebbe meritato di arrivare: in Nazionale.

Arrigo Sacchi sta infatti allestendo il gruppo che poi porterà un anno dopo ai Mondiali ed ha invidiato proprio in Massimo Orlando l’elemento giusto da posizionare a sinistra nel suo 4-4-2. Lo chiama, gli dice che per lui le porte della Nazionale sono ormai schiuse, ma poi deciderà che non si può puntare su un ragazzo che gioca in Serie B. L’aereo per partecipare a USA ’94 non lo prenderà mai e mai vestirà la maglia della Nazionale maggiore.

Orlando aiuterà la Fiorentina a tornare in Serie A e poi si trasferirà al Milan, per un’esperienza scandita dalla miseria di due presenze e dalla conquista dei suoi primi trofei a livello di club: una Supercoppa Europea ed una Supercoppa Italiana.

Tornerà poi a Firenze e riprenderà anche ad esprimersi ad alti livelli, nonostante un rapporto non propriamente idilliaco con Claudio Ranieri. Con il tecnico romano alla guida della squadra, ha meno occasioni per mettersi in mostra, ma quando gioca non delude mai.

E’ su un prato verde che si sente bene ed è il pallone ad aiutarlo più di qualunque cosa a mettersi alle spalle i problemi con i quali è chiamato a fare i conti ogni giorno della settimana. Sarà però proprio il prato verde a tradirlo nell’ottobre del 1995.

Si gioca un Fiorentina-Bari e Orlando, nel tentativo di contendere un pallone ad un avversario, si getta in scivolata con la solita generosità. E’ un intervento come tanti altri, ma il piede sinistro gli resta ancorato al terreno: rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio.

Per lui, che qualche mese prima si era già operato alla caviglia, inizierà un calvario senza fine.

“C’è una cosa che non rifarei: quella scivolata contro il Bari che mi è costata la carriera - ha raccontato in un’intervista rilasciata a ‘FiorentinaNews’ - Il primo infortunio, poi otto operazioni. La sogno ancora di notte, come Roby sogna il rigore sbagliato ai Mondiali. Mi sveglio sudato, ma non c’è niente da fare. Chissà come sarebbe andata senza quella scivolata, nella vita quando una domanda ti martella continuamente nella testa è dura superare certe cose. Devi essere forte e io non lo ero. E forse non lo sono nemmeno oggi”.

La carriera di Massimo Orlando si chiude praticamente a ventiquattro anni. Da quella scivolata in poi nulla sarà più come prima. Resterà alla Fiorentina fino al 1997, il tempo di coronare il sogno di vincere in anche in viola (una Coppa Italia ed una Supercoppa Italiana), ma ormai del calciatore che aveva fatto innamorare Firenze è rimasto poco. Vive con la paura di farsi ancora male, sente che il ginocchio non funziona come dovrebbe e poi c’è il dolore che non gli dà tregua.

Lasciata la Fiorentina riparte dall’Atalanta, una società che è convinta di poterlo recuperare, ma i tre anni di Bergamo li trascorrerà più in palestra che sul campo ed infatti le presenze saranno dodici in tutto.

Nel 2000 farà poi un ultimo tentativo alla Pistoiese, ma dopo una sola presenza e l’ennesimo infortunio deciderà che è arrivato il momento di dire basta. Non ha ancora trent’anni, ma di fatto ha smesso di giocare già da tempo.

La vita lo porterà lontano dal calcio e lo spingerà verso altri meandri, nei quali la luce dei riflettori non arriva.

“Ho provato tante cose. Ho fatto un po’ di tutto - ha spiegato ancora a ‘FiorentinaNews’ - Mi sono rimboccato le maniche, ho lavorato anche nei ristoranti. Da proprietario e da dipendente. Io non ho paura della vita e dei saliscendi che si devono affrontare. Mi sono sempre rimboccato le maniche e me le rimboccherò ancora”.

Più forte di lui, almeno su un campo di calcio, è stata la sfortuna, ma Massimo Orlando aveva realmente tutto per diventare un giocatore di livello superiore. Non un dieci puro, ma nemmeno un otto… uno che dal centrocampo in su poteva fare quasi tutto.

Un grande talento che ha fatto realmente pensare a Firenze che fosse possibile trovare l'erede di Roberto Baggio e che ha portato la Fiesole ad esporre uno striscione sul quale campeggiava un pensiero che vale più di mille parole.

“Benvenuto nei nostri cuori magico 10… Massimo non ci tradire”.