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L'incredibile storia di Delneri al Porto: un'avventura mai iniziata

09:02 CET 18/12/21
Luigi Del Neri
Fresco di vittoria in Champions League, nel 2004 il Porto decide di affidarsi al tecnico friulano: scintilla non scattata e addio prima del via.

Gigi Delneri è un allenatore tutto fuorché banale: miracoli in provincia, meno bene in piazze più blasonate. Un percorso, quindi, apparentemente come tanti altri. Eppure, il tecnico di Aquileia ha saputo costruire una pagina storica per il calcio nostrano, portando il Chievo Verona in Coppa Uefa al primo anno in Serie A. Roba da non crederci.

Un miracolo con i 'Mussi' che, tra progettualità e meritocrazia, confluì nel passaggio al Porto. Missione chiara: sostituire José Mourinho, finito al Chelsea. Missione chiara bis: dare continuità a un gruppo fresco di vittoria in Champions League. Esatto, proprio così, l'ultimo regalo dello Special One prima di trasferirsi al Chelsea.

Ecco, dunque, la chiamata al mister friulano. Che, dopo quattro anni trascorsi sulla panchina clivense, non ci pensò un secondo. Accettando, così, di effettuare un ulteriore salto di qualità sposando l'avventura portoghese. Un incarico, tuttavia, sottovalutato. Per risultati, blasone del predecessore e una rosa - chi più e chi meno - con la pancia piena.

Sponsor di lusso: il potentissimo agente Jorge Mendes, da sempre con gli occhi puntati sull'intero calcio internazionale, all'epoca particolarmente vicino alle strategie del Porto.

Ragion per cui, senza fare troppi calcoli, Delneri si presentò in terra lusitana con l'intenzione di rinfescare l'organico. Puntando, soprattutto, sulla linea verde. Prospettiva, questa, per nulla condivisa dai senatori, che fin da subito si dimostrarono riluttanti al cambiamento.

E' l'estate del 2004. E' un'estate rovente, per temperatura e clima nello spogliatoio, con i primi dissidi a rendere (estremamente) complicato il quadro già nella fase embrionale dell'insediamento. Lo zoccolo duro, fregandosene altamente del nuovo condottiero, optò per il muso duro. Come? Facendo pressione sulla dirigenza biancoblù e, dunque, rendendo fin da subito il clima irrespirabile.

Delneri, seppur poco incline a parlare di moduli anziché di organizzazione tattica, cercò di puntare sul 4-4-2. Via al precampionato in Canada, Olanda e States. Gigi chiede, i calciatori non si applicano. E quando lo fanno, ciò avviene solo per meri obblighi lavorativi. Insomma, impensabile costruire qualcosa di produttivo. Con il diretto interessato, barsagliato, che si ritrovò pressoché costretto a fare un passo indietro:

"Sono arrivato dopo che con Mourinho avevano vinto tutto - così Delneri a 'Tuttoudinese' - Ritenevo che si dovessero fare alcuni cambiamenti, inserire dei giovani. Quando il gruppo storico ritornò ad allenarsi iniziarono le prime incomprensioni. La società preferì continuare con lo stesso blocco dell'anno prima. Mi dispiace veramente per come è andata e soprattutto per il fatto che qualcunò pensò che non avessi il pedigree per allenare un certo tipo di squadre. Fossi stato Capello sarei ancora là, invece ero Delneri e venivo dal Chievo, una piccola squadra della Serie A".

E pensare che, con un atteggiamento differente, la trasformazione avrebbe potuto portare i suoi benefici. Basti pensare, in quel momento, ai vari Quaresma, Bosingwa e Pepe, talenti in erba che poi diventarono vere e proprie certezze. Nulla di sorprendente per Delneri che, giustappunto, tentò di portare nuova linfa e stimoli per cercare di creare un qualcosa che potesse durare nel tempo.

Si scrive stagione 2004-2005, si legge stagione complicata. I portoghesi, archiviata l'effimera avventura con il condottiero friulano, passarono da Víctor Fernández a José Couceiro. Trovando, alla lunga, una quadra interessante e, soprattutto, il secondo posto in campionato. Unica consolazione, bacheca alla mano, la Coppa Intercontinentale vinta ai rigori contro i colombiani dell'Once Caldas.

Delneri, nella stessa annata, ripartì dalla Roma. Morale della (non) favola? Dimissioni a marzo, con i giallorossi invischiati in cattive acque. Un'annataccia, insomma, con tanti rimpianti sullo sfondo per ciò che sarebbe potuto essere e ciò che non è stato: da Aquileia ad Oporto, passando per la capitale.