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Lilian Thuram, il ministro della difesa che voleva farsi prete

09:31 CET 01/01/22
Lilian Thuram GFX
L'infanzia tra atletica, calcio e fede, l'Italia, i successi con la Francia. Poi lo stop improvviso e la battaglia contro il razzismo.

Un campione della vita prestato al calcio. Questo è Lilian Thuram, ovvero uno dei difensori più forti della sua generazione, capace di vincere praticamente tutto in campo ma soprattutto simbolo della lotta al razzismo e da sempre impegnato nel sociale su più fronti.

Nato in Guadalupe il giorno di Capodanno, cresciuto in una roulotte dalla madre insieme a quattro fratelli dopo essere stato abbandonato dal padre quando era ancora piccolissimo, Thuram si trasferisce a Parigi dove la mamma fa la donna delle pulizie per mantenere i propri figli. Un'infanzia non facile raccontata dal diretto interessato qualche tempo fa a 'La Repubblica'.

"Fui il primo bambino dell’isola a venire alla luce in quell’anno. I giornali e le televisioni presero d’assalto la nostra casa. Mio padre? Non ne ho mai sentito la mancanza. A volte è meglio crescere senza, piuttosto che avere a che fare con uno che non si comporta come deve. Conosco poco la sua storia, ma so che a mio figlio darò più amore possibile perchè bisogna sempre tentare di essere giusti con sè e con gli altri. Vedere mio figlio nascere è stata la cosa più bella della mia vita, anche perchè mi ha ricordato i sacrifici fatti dalla mia famiglia per farmi crescere".

Lilian allora è un bimbo gracilissimo, tanto da venire soprannominato “jambes d’allumettes”, ovvero gambe di fiammifero. Inizia a praticare l'atletica finché non si innamora del pallone. Un amore che verrà presto ricambiato. La prima squadra è quella del quartiere Fontainebleu, la Portugais, composta in gran parte da ragazzi lusitani e che indossa maglie bianconere tanto da venire chiamata Juventus. Un segno del destino, forse.

Prima però Thuram deve trovare la sua strada, anche perché da piccolo per qualche tempo Lilian accarezza l'idea di dedicarsi al sacerdozio meditando addirittura di entrare in seminario. Idea che svanisce quando capisce che i preti non possono sposarsi e tantomeno avere figli.

"A nove anni volevo farmi prete. Da noi alle Antille il prete è un eroe, rappresenta la forza e la saggezza. E poi da noi si raccontano certe strane bellissime favole, anche piene di stregoneria. Poi sono arrivato in Francia e sono rimasto sorpreso che un prete non avesse i figli. E' una cosa che non capisco nemmeno adesso".

Intanto a notarlo sono gli scout del Fontainebleu che lo portano al loro centro di formazione. La chiamata che cambia la carriera e la vita di Thuram però è quella del Monaco, dove finisce sotto l'ala protettrice di un grande allenatore come Arsene Wenger. Il ragazzo d'altronde ha la testa sulle spalle e tanta voglia di imparare, in campo ma soprattutto fuori. Studia molto Lilian e quegli occhialini tondi, indossati a causa di un leggero problema di vista, contribuiscono ad alimentare la sua aurea di calciatore-intellettuale.

Thuram resta nel Principato cinque stagioni durante cui non mancano i contatti con le società italiane. Prima sembra fatta con la Fiorentina, poi lo cerca la Juventus ma alla fine a spuntarla è l'ambizioso Parma di Tanzi che nel 1996 lo porta finalmente in Serie A e dove compone una coppia di altissimo livello insieme a Fabio Cannavaro. Un rapporto speciale raccontato qualche anno fa a 'Hurrà Juventus'.

"Abbiamo trascorso a Parma cinque anni fantastici, giocato assieme tantissime partite. Gli devo tanto, perché quando arrivai in Italia, ero un ragazzo di ventiquattro anni e lui mi aiutò a inserirmi in una realtà per me tutta nuova. È una persona solare, è sempre allegro, si diverte. Diciamo che se sono diventato quello che sono è grazie a quanto abbiamo vissuto assieme in quegli anni".

In panchina a Parma c'è Carlo Ancelotti, che verrà sostituito successivamente da Malesani. I gialloblù in quegli anni sfiorano lo Scudetto che però resta solo un sogno. La prima grande vittoria di Thuram arriva così con la sua Nazionale proprio ai Mondiali di casa del 1998, quando peraltro realizza una storica doppietta in semifinale contro la Croazia regalando ai Bleus la finale di Saint Denis. Un evento più unico che raro, come ammesso scherzosamente da Lilian a 'La Repubblica'.

"E pensare che di solito non faccio goal neppure in allenamento, quando arrivo davanti alla porta vedo rosso".

Parma a quel punto inizia a diventare troppo piccola per un campione del Mondo e per trattenerlo non bastano neppure una Coppa UEFA, una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana. Sembra vicino all'Inter, vince gli Europei del 2000, e nell'estate successiva Moggi riesce a portarlo alla Juventus versando 70 miliardi di vecchie lire. Lilian allora dice di sì ai bianconeri perché convinto di ritrovare a Torino l'amico Zidane e l'ex tecnico Ancelotti, peccato che alla fine entrambi lasceranno la città prima del suo arrivo.

"Ancelotti ha insistito tanto perché io venissi a Torino, quando l’hanno mandato via era molto arrabbiato, ma mi ha suggerito di non cambiare idea. Anche Zidane mi aveva convinto ad accettare le proposte della Juventus. È una cosa strana sapere che Zizou è andato via. Ma cambiare fa parte della vita".

E alla Juve cambia anche ruolo, dato che Lippi decide di reinventarlo terzino destro nonostante Thuram all'inizio non sia troppo convinto. In bianconero vince quattro Scudetti, seppure due verranno revocati causa Calciopoli, il tutto correndo a tutto gas lungo la fascia con quelle gambe che da magroline sono diventate poderose grazie a tanto sudore e sacrificio. Un vero leader anche se quasi mai con la fascia da capitano al braccio. Il motivo? L'ha raccontato lui stesso a 'Hurrà Juventus'.

"Quando ero ragazzino, avrò avuto quindici anni, prima di una partita l’allenatore mi promosse capitano. Finita la gara, gli dissi che non l’avrei fatto mai più, perché mi sentivo diverso dagli altri con quella fascia al braccio. Rifiutai per molto tempo, era una sensazione strana. Poi mi capitò qualche volta a Monaco e a Parma e alla Juventus. Ovviamente con gli anni sono cambiato, non mi sento più diverso, ma spesso ripenso a quell’episodio".

Lo scandalo che travolge i bianconeri nel 2006 di fatto lo costringe a cambiare aria, così Thuram riparte da Barcellona dove faticherà a trovare spazio. Quando è sul punto di tornare in patria per firmare col PSG gli viene diagnosticata una patologia cardiaca simile a quella che era costata la vita al fratello Antonio su un campo da basket. Lilian, che ha ormai 36 anni, decide così che è arrivato il momento di fermarsi. Almeno sul campo.

"Quando da giovane ero al Monaco, mi dissero che avevo qualcosa ma che ero idoneo ha giocare. Il cardiologo ha riscontrato una malformazione cardiaca. Si è preferito fare analisi più approfondite. Sapevo di avere questo disturbo cardiaco, ce l’ha anche mia madre e c’era anche lei mentre facevo gli esami. Mio fratello è morto di questa malattia su un campo da basket e altri membri della mia famiglia ne soffrono".

Poco male, a portare in alto il nome di Thuram nel mondo del calcio ci pensa infatti il primogenito Marcus, nato a Parma e oggi promettente esterno offensivo nelle file del Borussia Monchengladbach. Mentre il secondogenito Khephren, nato anche lui in Italia, gioca al Nizza ed era stato inserito dal 'Guardian' tra i migliori talenti dell'annata 2001.

Entrambi, ovviamente, sono l'orgoglio di papà Lilian che intanto si dedica anima e corpo alla sua battaglia contro il razzismo. Una piaga che Thuram conosce benissimo come raccontato recentemente al 'Festival di Trento'.

"I giocatori bianchi e gli allenatori bianchi possono fare tanto, se non fai niente vuol dire che accetti uno stato di cose. I giocatori devono dire: 'Sì, c’è razzismo in Italia'. E lo dici perché ami l’Italia e vuoi cambiare le cose. Se tu hai un problema, io ti devo aiutare, non è che ti devo chiedere prima da dove vieni e che colore della pelle hai. Quando gridi che Koulibaly è una scimmia tu fai violenza, colpisci non solo lui ma tanta gente".

Parole di un campione della vita prestato al calcio. Il ministro della difesa senza fascia che voleva farsi prete e capace di conquistare il mondo.