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La doppia vita di Alex: mai in campo a Parma, re al Fenerbahçe

07:50 CEST 20/04/22
ALEX GFX
Alex de Souza, passato da Parma senza giocare gare ufficiali, è il più grande idolo del Fenerbahçe. Nel 2002 mancò i Mondiali: "Ho iniziato a bere".
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Gigi Buffon, se gli chiedete di lui, reagirà con un sopracciglio alzato e una smorfia perplessa. Alberto Malesani, Arrigo Sacchi e Cesare Prandelli ne hanno probabilmente rimosso l'esistenza. O forse fingeranno di non ricordarselo. Fabio Cannavaro non lo ha mai nominato nei live Instagram con gli ex calciatori organizzati durante il lockdown del 2020. Eppure Alexsandro de Souza, per tutti Alex, non è uno qualsiasi. Lo racconta la statua costruita in suo onore a Istanbul. E lo confermano i numeri: più di 1000 partite disputate nel corso della carriera, un numero di goal segnati che si aggira attorno ai 400. Qualcuno dice 362, altri 412, altri ancora 422. Più del Fenomeno Ronaldo, in quest'ultimo caso.

Ha giocato a Parma, Alex. Assieme a Buffon, Thuram, Cannavaro e tutto quel ben di Dio che in Emilia potevano permettersi a quei tempi. Eppure in pochi se lo ricordano. Perché “giocato” è un termine piuttosto impegnativo. È rimasto sotto contratto per un paio d'anni con gli emiliani, questo sì. Ma in Serie A non si è mai visto. Qualche amichevole estiva, uno strappo consumatosi praticamente subito e mai sanato. Una battaglia di nervi e di carte bollate. E, come contorno, un Mondiale sfumato proprio sul più bello. “Hanno tentato in ogni modo di distruggere la mia carriera”, dirà molti anni più tardi nella sua autobiografia, 'Alex, a Biografia'.

Trequartista mancino, piede delicato, tecnica al potere, specialista dei calci di punizione, Alex sbarca a Parma nel giugno del 2000. Arriva dal Palmeiras, altro club controllato dalla Parmalat. Sempre nell'autobiografia confesserà: “Non so perché mi abbiano comprato. Non hanno mai avuto interesse a utilizzarmi”. Ma ai tempi non lo sa ancora. Si è sposato qualche ora prima con Daiane e tutti i presenti hanno cantato l'Ave Maria anche in italiano, giusto per far capire l'entusiasmo per la sua nuova avventura in Serie A. I dubbi, però, sorgono subito: “Mi è sembrato strano non essere nemmeno presentato alla stampa”. Presto spiegato: l'allenatore, Alberto Malesani, non ha intenzione di contare su di lui. E in rosa sono già presenti tre extracomunitari.

Il problema si ingigantisce quando il Parma rifiuta di riconoscere ad Alex il 15% della cifra pagata al Palmeiras, come previsto ai tempi dalla legge brasiliana. Vorrebbe rateizzare in tre parti. Sarà proprio questa la chiave di volta di un inferno durato più di due anni. In un clima di tensione, la dirigenza gialloblù propone al calciatore di ripartire in prestito: si fa avanti il Flamengo e Alex accetta. Il ritorno in Brasile si concretizza a ottobre, dopo le Olimpiadi di Sydney, ma l'esperienza è traumatica: gli stipendi non arrivano, le sconfitte si susseguono e a dicembre è già addio. “Mi sono pentito sin dal primo giorno di esserci andato: era tutto un casino”.

Nel 2001, Alex riparte. Nuovamente verso il Palmeiras. Club dov'è un idolo ancora oggi, “ma lo sono diventato solo dopo essermene andato: quando ci giocavo ero tra i più contestati”. È lì che, dopo gli esordi nel Coritiba, era diventato uno dei migliori giocatori del panorama brasiliano, conquistando la Copa Libertadores del 1999, giocando l'Intercontinentale sfuggita in Giappone contro il Manchester United e attirando l'interesse del Parma. Ed è lì che sogna di issarsi nuovamente sul trono del Sudamerica. Alex segna nella semifinale d'andata della Libertadores contro il Boca Juniors, ma gli argentini passano ai calci di rigore e volano in finale. La vinceranno contro il Cruz Azul, sempre dal dischetto.

Dopo la Copa, iniziano i veri problemi con il Parma. Il club gli ha pagato solo una delle tre rate, relative al famoso 15%, promesse al momento della firma. E non ha intenzione di riconoscergli le altre due. Così Alex opta per la via più estrema: va in Tribunale. E si vede dare ragione: nel luglio del 2001 la Giustizia brasiliana decreta che il mancino è un giocatore libero. Alex firma allora col Cruzeiro. Ma le tensioni extracampo sono troppe e la testa non c'è. Con la squadra a rischio retrocessione, Alex prosegue la propria battaglia parallela con il Parma e la Parmalat. Nell'autobiografia li definisce “una mafia” e accusa: “Hanno tentato di comprare più di un giudice”. Il club ducale porta in aula un documento in cui il giocatore dichiara di rinunciare a quanto gli spetterebbe. Ma lui non ci sta: “Hanno falsificato la mia firma”.

Dopo essere stato inizialmente sospeso dalla FIFA, nel dicembre del 2001 Alex trova finalmente un accordo amichevole con il Parma e può dunque tornare a giocare. Il suo cartellino appartiene ancora agli emiliani, che di nuovo lo cedono in prestito al Palmeiras. Il 21 marzo, in casa del San Paolo nel Torneo Rio-São Paulo, mette a segno il goal più bello della sua carriera: controllo a seguire con il quale passa tra due avversari, lob sull'uscita di Rogerio Ceni e appoggio in rete a porta vuota. Un golaço.

Ma il continuo andirivieni Italia-Brasile ha inserito un tarlo nella testa di Luiz Felipe Scolari. Il commissario tecnico della Seleção è un estimatore di Alex, con lui ha conquistato la Libertadores del '99 e ha continuato a chiamarlo per le qualificazioni ai Mondiali anche nel bel mezzo della bufera giudiziaria col Parma. Quando annuncia i convocati per il Giappone e la Corea del Sud, però, sorprende tutti: nell'elenco non compare il nome di Alex. Escluso. L'infortunio del romanista Emerson, che si piazza in porta in allenamento cadendo male e provocandosi una lussazione alla spalle, sembra riaprirgli le porte in extremis. Ma al suo posto viene chiamato un altro trequartista mancino come Ricardinho. E Alex non la prende bene. Affatto.

“Non sono mai stato un bevitore, ma ho iniziato a bere birra e vino – rivela ancora nella propria autobiografia – Ho trascorso 40 o 50 giorni in maniera folle. La stampa parlava dei Mondiali e io non sapevo nemmeno cosa stesse accadendo. Considerando il fuso orario della Corea del Sud e del Giappone, le partite si giocavano all'alba. A quell'ora o ero ubriaco o stavo dormendo. Ero fottuto. Ho visto soltanto mezz'ora di Brasile-Inghilterra. Se mi chiedono, ad esempio, se Rivaldo o Ronaldo abbiano giocato alla grande quel torneo, non so rispondere. Non ho visto nulla, men che meno la finale”.

Alex ne perderà altri, di treni. Quello del 2006, ad esempio. Al Fenerbahçe sta facendo faville, però in Germania vanno i vari Kaká e Ronaldinho, non lui. Ma il Giappone e la Corea rappresentano un discorso diverso, particolare, “perché avevo giocato praticamente tutte le qualificazioni, quasi tutte le amichevoli con quasi tutti gli allenatori”. Il Brasile conquista il pentacampeonato senza di lui. Afflitto, triste. E costretto a tornare a disposizione del Parma.

Alex rientra in Italia triste e sovrappeso. “Di sette o otto chili”, ricorda il connazionale Claudio Taffarel, che in quei giorni lo aiuta a reinserirsi in un contesto così complicato. Quando la 'Gazzetta dello Sport' si reca nel ritiro precampionato in Valle d'Aosta per intervistarlo, però, almeno esternamente sembra un uomo nuovo. Durante la chiacchierata è accompagnato da Taffarel, che gli fa da interprete. Giura di essersi lasciato parzialmente alle spalle la delusione mondiale (“Mi rincuora il fatto di essere giovane e di avere tempo per rifarmi”) e promette massimo impegno per meritarsi la maglia del Parma. Scurdámmoce 'o ppassato.

“Già nel 2000 pensavo di rimanere qui ed invece sono accadute diverse cose impreviste e alla fine sono rientrato in Brasile. Ma ora che sono arrivato vorrei impegnarmi per dare il massimo e dimostrare quello che in Brasile già tutti sanno di me. Qui però devo ancora cominciare a farmi conoscere e so che all'inizio sarà dura perché dovrò essere io ad adattarmi alle novità e potermi inserire nel migliore dei modi nel campionato italiano. Ma questo rappresenta anche uno stimolo, per me. Da Parma sono passati parecchi brasiliani e spesso sono andati molto bene, ecco a me piacerebbe poter continuare in questo solco”.

Tutto inutile: il Parma, ancora una volta, dimostra concretamente di non aver intenzione di utilizzarlo. Cesare Prandelli, appena arrivato in Emilia dopo l'esonero di Venezia, glielo fa capire praticamente subito. Alex svolge allenamenti diversi rispetto ai compagni, gioca soltanto qualche spezzone in amichevole, segna un paio di volte contro i dilettanti locali, sforna qualche assist per i compagni. E intanto lavora, assieme a procuratore e avvocati, per rescindere il proprio contratto con il club.

L'addio si consuma finalmente a settembre, senza aver mai messo piede in campo. Alex trova l'accordo col Parma, che lo lascia definitivamente andare. Torna al Cruzeiro, dove non ha lasciato un buon ricordo. L'ambiente lo accoglie male, inizialmente. Ma ben presto cambia idea. E Vanderlei Luxemburgo, che lo ha già allenato nella Seleção e che pochi anni dopo siederà anche sulla panchina del Real Madrid, stravede per lui. Nel 2003 il mancino si erge a protagonista assoluto nel trionfo da record nel Brasileirão, alla sua prima edizione senza playoff: la Raposa macina avversari su avversari, chiude con 100 punti e il suo simbolo viene premiato MVP del campionato. Contro il Fluminense Alex segna un goal sensazionale, stoppando in area spalle alla porta, girandosi di 360 gradi in una frazione di secondo e superando il portiere con un cucchiaio all'incrocio. Prima del Brasileirão il Cruzeiro si era già messo in bacheca Campionato Mineiro e Copa do Brasil. È la tríplice córoa, il triplete alla brasiliana.

Per Alex è l'inizio della rinascita. Che giunge al proprio auge nel 2004, nelle stesse settimane del ritorno in Nazionale e della Copa America vinta da capitano a Lima contro l'Argentina, goal in extremis dell'ex compagno al Parma Adriano e successivo trionfo ai calci di rigore. Lo chiama la Turchia, lo vuole a tutti i costi il Fenerbahçe. Inizialmente Alex, la cui moglie nel frattempo è incinta, rifiuta sdegnato: “Non ci vado per nessun motivo al mondo”. Poi cambia idea, convinto da un ricchissimo triennale. Quando atterra all'aeroporto di Istanbul, sono in migliaia ad attenderlo. Un'accoglienza estatica che non ha mai visto prima. E che smuove qualcosa dentro di lui.

Saranno otto anni trionfali. Alex conquista per tre volte il campionato, una la coppa nazionale, due la Supercoppa di Turchia. Nella prima stagione colleziona 24 goal e 16 assist, un bottino abnorme per un trequartista. Alla fine saranno 184 reti, di cui 136 in campionato. Dal 2006 al 2008 viene allenato da Zico, da sempre il suo modello. L'idolatria della gente nei suoi confronti cresce di giorno in giorno, di settimana in settimana, fino a diventare gigantesca, smisurata, totale. Ben presto comincia unanimemente ad essere considerato il più grande calciatore che abbia mai vestito la maglia del Fener. E attrae altri connazionali, come l'ex perugino e genoano Fabiano:

“Quando mi contattò il Fenerbahçe pensai: 'Che vado a fare in Turchia?'. Poi un loro dirigente mi disse: 'Abbiamo appena comprato Alex'. E io pensai: 'Bene, allora giocherò lì'. Alex è stato un giocatore spettacolare, un fuoriclasse. Lì basta che racconti di essere suo amico e non ti fanno pagare nulla”.

La relazione tra Alex e il Fenerbahçe, una delle più strette e intense che la storia del calcio ricordi, si interrompe alla fine del 2012. Un paio di settimane prima il club ha fatto costruire una statua in suo onore, posizionata all'esterno del Şükrü Saraçoğlu. Presente all'inaugurazione, Alex non è riuscito a trattenere le lacrime: “Che ho fatto per meritarmela?”. Un anno fa i tifosi le hanno pure collocato guanti e mascherina, per “proteggerla” contro il Covid-19 e per mantenere alta l'allerta nei confronti del virus. Col Fener a dire il vero non finisce benissimo, a causa degli attriti con l'allenatore Aykut Kocaman. Che, guarda caso, è anche il miglior marcatore della storia del club. E teme che il brasiliano possa superarlo al primo posto, sostiene il giocatore. Per una decina di giorni i tifosi si precipitano sotto la casa di Alex, senza evitare l'inevitabile. Lui scrive sui social: “La vita va avanti. Amo moltissimo il Fenerbahçe. Grazie di tutto”. Altre lacrime.

“Non so il motivo di questa idolatria – racconterà un paio d'anni più tardi a 'Globoesporte' – Non ho fatto nulla di diverso rispetto a quello che ho fatto in Brasile. Mi sono impegnato, ho vinto, ho perso, ma non ho fatto nulla di speciale per meritarmi una statua. Non ho lavorato, ho solo giocato a calcio. Nulla di straordinario. Sul serio, per me rimane un mistero”.

A 35 anni, salutato il Fenerbahçe, Alex decide di tornare dove tutto è iniziato: a Curitiba, al Coritiba. Per due anni di fila (2013 e 2014) evita la retrocessione del Coxa, nel frattempo fonda assieme ad alcuni colleghi il 'Movimento Bom Senso FC' – poi naufragato – per chiedere un miglioramento generale del calcio brasiliano, dopo il ritiro diventa opinionista della ESPN. Da qualche settimana è l'allenatore dell'Under 20 del San Paolo, la squadra contro cui nel 2002 ha messo a segno il “goal de placa”, il più bello della sua carriera. In una ventina d'anni giura di averne collezionati più di 400, ma nel conto finiscono anche le amichevoli e le partite non ufficiali, come Romario e Pelé: “Mio padre diceva che se fossi arrivato a 200 sarebbe già stato un ottimo risultato”.

Vent'anni dopo, Alex viene ricordato come un trequartista raffinato, il più grande della storia del Fenerbahçe, un personaggio particolarmente intelligente dell'ambiente del pallone. Tante gioie, il trauma mai sopito del Mondiale 2002, una statua in suo onore. Quanto alle turbolenze di Parma, sono ormai un ricordo lontanissimo, una piccola macchia, un paio di capitoli all'interno di un'autobiografia. Buffon, Cannavaro e compagnia, probabilmente, non si ricordano di aver condiviso il ritiro con quello strano compagno di squadra. Però dovrebbero.