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Jorge Carrascosa, l'uomo libero che rinunciò ai Mondiali con l'Argentina

08:46 CEST 20/04/22
Jorge Carrascosa gfx
Nel 1978 Jorge Carrascosa, capitano dell'Argentina, lasciava volontariamente: una decisione forte dettata dalla repulsione verso il mondo del calcio.

La Coppa del Mondo è lì, mai così vicina, alla portata di chiunque voglia toccarla e baciarla. Tutti la osservano, tutti vogliono sollevarla al cielo. Ma colui che dovrebbe farlo per primo, quel 25 giugno del 1978, non c'è. Jorge Carrascosa non è presente al Monumental di Buenos Aires. Eppure sarebbe il capitano di quell'Argentina, che da pochi minuti si è laureata campione del mondo dopo aver battuto l'Olanda in finale. Qualcuno avverte la sua presenza, molti pensano a lui in quegli istanti. Poi tornano ad osservare la coppa. Ad alzare il trofeo al suo posto è Daniel Passarella, il nuovo capitano, colui che lo ha rimpiazzato nelle gerarchie. Sarà la sua immagine a rimanere nei libri di storia, nei secoli dei secoli.

Carrascosa, che in quel 1978 non ha nemmeno 30 anni, quei Mondiali non li ha giocati. Semplicemente perché è lui ad essersi tirato fuori. Terzino sinistro, non troppo appariscente ma dal carisma strabordante, fino a un anno prima era uno dei titolari dell'Argentina e portava la fascia al braccio. Ma n entrato nella storia e nella leggenda non tanto per quel che ha fatto dentro il campo, bensì per quel che non ha fatto. Partecipare a un Mondiale, appunto. Per sua volontà. Nauseato da un calcio che ha smesso di appartenergli, schifato dagli orrori della dittatura militare di Jorge Videla, più che mai deciso a barattare la gloria con la dignità.

Banfield, Rosario Central, Huracán. Il curriculum di club di Carrascosa è tutto qui. El Lobo, il lupo, vince un campionato col Central e un altro col Globo. Fa il terzino, difende meglio di quando attacca, ha valori come il sacrificio inculcati nella mente e nel cuore. Non è un fuoriclasse, non lo è mai stato. Però nel 1970, a 22 anni, debutta con la Selección. Quattro anni più tardi, dopo una lunga assenza, viene convocato al suo primo Mondiale, in Germania Ovest: gioca solo una partita e mezza e per l'Argentina, ultima nel secondo girone e battuta 4-0 dall'Olanda del calcio totale, è un mezzo disastro.

Quando sulla panchina dell'Argentina si siede Cesar Menotti, già suo allenatore all'Huracán, le porte iniziano definitivamente a spalancarsi. Carrascosa è uno degli intoccabili del Flaco. Ma a un certo punto inizia ad avvertire sentimenti strani. Progressivamente, sente di non essere più quel che era in principio. Di non considerare più il pallone una parte fondamentale della propria vita. Sono gli anni della dittatura militare di Jorge Videla, delle madri di Plaza de Mayo, delle torture e delle sparizioni degli oppositori. Gli anni più bui della storia del paese, asfissiato da un regime che vede il pallone e il Mondiale casalingo alle porte come uno strumento di propaganda.

Il fútbol, poi, sta cambiando. La passione sta facendo posto al business, gli episodi di corruzione nei confronti dei direttori di gara locali non si contano, la pressione aumenta, la piaga del doping sta prendendo sempre più piede. Si guarda molto al calciatore e al suo successo e poco all'uomo. E a Carrascosa, personaggio carismatico e persona libera, tutto questo non va giù. Così, pian piano, il Lobo inizia a maturare la decisione di tirarsi fuori da tutto. Principalmente dalla Nazionale e da quei Mondiali insanguinati.

Fino al 1977, in realtà, tutto sembra andare per il verso giusto. Anche se Carrascosa non piace a tutti. Molti tifosi lo prendono di mira, lo accusano di essere il cocco di Menotti, di stare in Nazionale solo grazie a lui. Ma è proprio in quell'anno che Jorge segna la sua prima e unica rete con l'Argentina, contro la Germania Est. Menotti definirà quel momento “la seconda esultanza più intensa dopo quella a un goal di Avallay al Rosario Central. Ho esultato per lui, per il Lobo, che ha dimostrato alla gente quanto valeva come giocatore e come uomo. Ha sopportato i fischi più tremendi che un calciatore possa ricevere e alla fine lo hanno applaudito come se fosse Pelé”.

Menotti, durante quella partita, non può ancora sospettare che il suo pupillo deciderà di farsi da parte. Tutto accade all'inizio del 1978, al culmine di settimane di voci mai confermate. Carrascosa comunica la propria decisione al ct, che tenta invano di fargli cambiare idea. È uno choc. Menotti ci proverà di nuovo, in extremis, un giorno prima dell'annuncio delle convocazioni. Invano. Il capitano dell'Argentina, l'uomo che nei progetti e nei sogni collettivi avrà l'onore di alzare la Coppa del Mondo, non giocherà i Mondiali.

Quando ha rinunciato – dirà il giornalista Guillermo Blanco – ho scritto io l'articolo per il Gráfico. Appena saputa la notizia tutti volevano avere una sua dichiarazione, però lui era irraggiungibile, stava in vacanza con la sua famiglia. Hanno titolato: Carrascosa, ¿por qué renunciaste a la Selección? Molti mi hanno detto che l'articolo gli è piaciuto. Ma dal mio punto di vista è stato uno dei miei grandi flop giornalistici: non mi ha detto nulla. L'ho cercato nelle spiagge, negli hotel, nelle terme di Buenos Aires. Ma appena arrivavo in un posto, mi dicevano che se n'era andato mezz'ora prima. Sembrava di essere in un film”.

Ma Carrascosa è così, lo è sempre stato. Un mistero, un antidivo. Se lui non parla, e parlare ai giornalisti non è proprio nelle sue corde, ci pensano gli altri a farlo. In quelle settimane, quelle in cui l'Argentina prepara il Mondiale senza il proprio capitano, le congetture si sprecano. Qualcuno sostiene la tesi della paura. Altri dell'opposizione al regime di Videla. Altri di idee politiche opposte a quelle di Menotti. Altri ancora tirano in ballo la sua forte chiusura nei confronti di ogni elemento esterno al gruppo del Flaco.

Carrascosa aveva sofferto molto ai Mondiali del 1974 – è la versione di Leopoldo Luque, campione del mondo nei giorni della morte del fratello Oscar perché doveva essere lui il terzino sinistro titolare, ma all'ultimo momento gli allenatori di quella squadra avevano schierato al suo posto Pancho Sá, un difensore centrale. Per cui Jorge, nonostante fosse il capitano e sapesse che nel '78 sarebbe stato lui il titolare, ci disse che se fosse arrivato un solo giocatore non appartenente al gruppo se ne sarebbe andato. E visto che all'ultimo momento Menotti portò Kempes, l'unico di quella rosa che giocava all'estero, mantenne la parola e rinunciò alla convocazione. Io gli risposi che potevano chiamare chi volevano dall'estero, io volevo giocare il Mondiale”.

Ci metterà un po', Carrascosa, a dare la propria versione dei fatti. Nel calderone dei moventi includerà anche la vittoria della Polonia sull'Italia ai Mondiali tedeschi del 1974, con tanto di incentivo economico da parte dell'Argentina ai polacchi. “Non è possibile che qualcuno giochi meglio perché gli offrono più soldi”, dirà. In sostanza, è un mix di elementi e situazioni che lo nauseano a farlo propendere per l'addio. E il regime ne rappresenta solo una parte.

Non è necessaria una dittatura militare per lasciare il calcio – dice in quegli anni alla rivista 'Mistica' – In questo sistema accadono molte cose che ti fanno perdere la voglia. Se avessi dovuto giocare il Mondiale in Spagna mentre eravamo in guerra contro l'Inghilterra, avrei rinunciato anche lì. Un amico, un vicino di casa è in guerra e io gioco un Mondiale? Quando un ragazzino ti chiede qualcosa da mangiare, è finita. Come fai a mangiarti un sandwich con prosciutto crudo mentre un bambino ti chiede i soldi per il cibo? Il mondo del calcio, quello in cui ero io, non era il migliore dei mondi. Ho iniziato a sentirmi male lì dentro. C'era il tema degli incentivi, della droga. Ti pare bello sapere che diventi campione perché l'arbitro ti dà un rigore? Puoi festeggiare qualcosa che hai vinto con una combine? Se qualcuno ti batte con il talento, devi accettarlo. Però perché bisogna vincere sempre? Siamo in una società in cui uno vale per quello che vince e non per quello che è realmente. E fuori dal calcio è la stessa cosa, è tutto superficiale”.

È un'accusa in piena regola, un dito puntato dritto contro un mondo controverso come quello del pallone. Non è l'unica arringa. Anni dopo, a metà anni novanta, il Gráfico si ricorda di lui. Carrascosa non è esattamente felice di rilasciare un'intervista. Come sempre. Ma alla fine ne esce un dialogo lungo e piuttosto dettagliato in cui, ancora una volta, l'ex capitano della Nazionale argentina spiega con fermezza le motivazioni che nel 1978 lo hanno portato a una decisione così controcorrente.

Dal 1974 lottavo e provavo ad essere migliore, insistendo con l'esempio in un mondo molto competitivo, pieno di grandi interessi. Nel '77 alcuni iniziarono a dire che Carrascosa era vecchio, che giocava perché era amico di Menotti... Non avevo nemmeno 27 anni. Però riflettevo su quello che stava accadendo e stavo male. La cosa più importante per me continuavano ad essere i valori fondamentali: la famiglia, essere un uomo con libertà di poter decidere. Fu una somma di cose a portarmi a prendere quella decisione. E altre ancora la affrettarono”.

In quel Mondiale, Carrascosa si reca sulle tribune del Monumental in una sola occasione, tifoso tra i tifosi: nella terza partita del primo girone, quella che l'Italia vince per 1-0 grazie a Roberto Bettega. Nelle partite decisive non c'è. Neppure in finale, come detto. Del resto, il calcio nel suo complesso ha già iniziato a uscire lentamente dalla sua vita. Jorge gioca un altro paio d'anni con la maglia dell'Huracán, poi annuncia il completo ritiro. Non ha che 31 anni.

Da tempo sono preparato – dice al Gráfico in quelle settimane – per me il calcio è un ciclo concluso. L'ambizione dell'uomo non può e non deve riguardare soltanto il materiale. Arriva un momento in cui ti fermi e pensi che ci sono cose che hanno lo stesso valore, se non superiore: la convivenza con le persone che si amano, la necessità intellettuale di acquisire più conoscenze, quella spirituale di condividere le passioni, quella fisica di praticare sport ricreativi che davvero ti facciano sentire bene. Me ne vado con un sentimento di gratitudine. 13 anni in Primera División mi hanno permesso di vivere una serie di esperienze che mi sono servite per formare il mio modo pensare. In questi 13 anni, ho conosciuto ogni tipo di persona. Ho viaggiato per il mondo e in ogni viaggio ho tentato di assimilare come potevo le novità che vedevo. Ho scelto questo tipo di vita e non mi pento. Io intendo lo sport come una competizione degna, leale, che vada oltre qualunque risultato o interesse personale. Per questo non giustifico le aggressioni o i sospetti. Se la mia squadra per vincere un campionato dovesse ricorrere alla corruzione o al doping, mi sentirei molto male. Credo che i trionfi, ottenuti in questo modo, perdano senso, non abbiano alcun valore perché svuotano l'essenza dello sport. In situazioni del genere ci sono solo tre opzioni: avere un potere sufficiente per cambiare le cose, chiudere gli occhi e accettare, trasformandoti in un complice, o distanziarti. Io ho preferito distanziarmi”.