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Joe Hart, la parabola del portiere che fece grande il Manchester City

09:44 CEST 19/04/22
GFX Joe Hart
L’inaspettata carriera che aiutò i Citizens a cambiare la propria condizione in Premier, ma che dovette arrendersi alle scelte di Guardiola.

C’è stato un periodo in cui il Manchester City ha saputo cambiare la propria condizione nel calcio inglese, passando da una semplice squadra di metà classifica a club vittorioso dal quale pretendere prestazioni convincenti e vincenti. Furono Roberto Mancini e Manuel Pellegrini a cambiare l’andamento delle cose, prima dell’arrivo di Josep Guardiola. Protagonista di quei due campionati vinti fu soprattutto Joe Hart, un portiere che nonostante qualche difficoltà ha saputo entrare nel cuore dei suoi tifosi.

Hart, d’altronde, ha legato il proprio nome in maniera indissolubile al Manchester City. Lo ha fatto perché la sua carriera è stata un andirivieni con la maglia dei Citizens, con tanti bassi e anche con qualche alto, fino a quando a epurarlo dalla città di Manchester non fu Pep Guardiola, che in qualche modo ha sancito la fine di un connubio che era durato per dieci anni, con qualche parentesi di prestiti in giro per l’Inghilterra. Una storia iniziata quando Joe Hart ha 19 anni e viene acquistato dal Manchester City, che lo preleva dallo Shrewsbury Town: aveva giocato tre anni nella squadra della sua città, dal 2003 al 2006, conquistandosi lentamente il posto di titolare.

A Manchester, a quell’età, non può pretendere di scendere in campo tra i pali da titolare, ma il 14 ottobre gli viene concessa l’opportunità di debuttare in Premier League. L’avversario è lo Sheffield United e Hart tiene la porta imbattuta. Si tratta di un assaggio di quello che sarà il suo futuro, perché a gennaio, visto il poco spazio, i Citizens lo mandano in prestito al Tranmere Rovers, una società di League One (la nostra Serie C), nella quale gioca sei volte subendo 8 reti. Un ruolino che non fa impazzire la dirigenza del City, che quindi ad aprile pretende che il Tranmere lo faccia tornare alla base, per girarlo al Blackpool. Scende in campo cinque volte, giocando praticamente sempre, per poi tornare al City l’estate successiva, a 20 anni compiuti.

Un primo anno sicuramente non di prim’ordine quello di Hart sotto l’egida del Manchester City, ma nonostante lo scarso appeal dell’esperienza fatta con Tranmere e Blackpool, Sven Goran Eriksson nella stagione 2007/08 decide di provarlo titolare. D’altronde il titolare della squadra, Andreas Isaksson, nel precampionato si frattura il pollice della mano destra, così da essere costretto a saltare i primi due mesi della stagione. Per le prime sette partite il tecnico svedese gli preferisce Kasper Schmeichel, che arriva così come Hart da una serie di prestiti in giro per l’Inghilterra.

Sono coetanei, entrambi con grandi speranze dinanzi a loro, ed Eriksson ha l’imbarazzo della scelta. Gioca da agosto fino a fine settembre, poi contro il Newcastle arriva l’occasione per Hart, che da quel momento decide di non separarsi più dal ruolo da titolare. Eriksson lo rimette in panchina nel mese di novembre, in concomitanza con il ritorno di Isaksson: ne gioca quattro in campionato, poi la condizione fisica non gioca a suo favore e dalla gara con l’Aston Villa in avanti il titolare torna a essere Hart. Nell’assurda gara di chiusura di stagione contro il Middlesbrough, che termina 8-1, in porta c’è di nuovo Isaksson e quella per Eriksson è l’ultima partita da allenatore dei Citizens.

Joe Hart, nel frattempo, ha conquistato il Manchester e l’arrivo di Mark Hughes in panchina non lo spinge tra le riserve. Gioca da titolare tutta la prima metà di stagione, mancando soltanto l’ultima gara del girone di Coppa UEFA, persa contro il Racing per 3-1. Risultato ininfluente, perché il City quell’anno arriva fino ai quarti contro l’Amburgo, ma non con Hart in porta. A gennaio, infatti, la dirigenza inglese decide di investire 7 milioni di sterline per l’acquisto di Shay Given, con l’irlandese che firma un contratto di quattro anni e mezzo, con scadenza a giugno 2013. Given arriva da più di dieci anni di carriera nel Newcastle, un importante endorsement da parte di Giovanni Trapattoni e il rispetto dell’intera Premier League. Un investimento importante, che spinge Hart in panchina e lascia che a difendere i pali dei Citizens sia proprio Given. La musica comunque da quelle parti non cambia, perché il City termina il campionato al decimo posto, uno in meno rispetto all’anno precedente, e la doppia sfida con l’Amburgo ai quarti di Coppa UEFA resta il risultato più importante di quell’annata.

Con Given confermato nel suo ruolo, per Hart lo spazio al City finisce ed è inevitabile il trasferimento, di nuovo in prestito, al Birmingham. Resta un anno esatto, con l’impossibilità solo di scendere in campo nella doppia sfida di Premier League contro il City. Clausola che in quegli anni va per la maggiore in Europa. I suoi arrivano noni in campionato, mentre il Manchester riesce ad arrivare al quinto posto, complice anche l’esonero di Hughes a dicembre e l’arrivo di Roberto Mancini a guidare la squadra.

Given si conferma il portiere titolare, arrivando a un totale di 44 presenze, ma per la nuova stagione il tecnico italiano inizia a subodorare una rivoluzione. Hart torna a casa e dal 2010 in poi resta in maglia azzurra per sei anni, soprattutto grazie a Mancini. Shay Given perde sin da subito il posto da titolare, complice anche un infortunio alla spalla che nella stagione precedente lo aveva messo KO: un colpo che aveva messo a dura prova la sua resistenza. Nel corso dell’estate, quindi, viene ceduto all’Aston Villa per 4 milioni di euro.

Per Hart la strada è spianata e si riprende il posto da titolare per l’intera stagione: il City arriva terzo in Premier League, vince la FA Cup in finale contro lo Stoke City, con Hart che tiene la porta inviolata dal quarto turno fino alla gara che consegna il trofeo a Mancini. In Europa League, invece, la squadra deve arrendersi agli ottavi alla Dinamo Kiev. L’annata, però, è positiva, con Hart che viene anche premiato con i “guanti d’oro”, che gli spettano per aver mantenuto la porta inviolata per 18 volte in stagione: è record.

Nella stagione successiva Hart è sempre il titolare, con Mancini che continua ad affidarsi a lui. Ha 24 anni e anche se in Champions League l’esperienza termina ai gironi e in Europa League arriva di nuovo l’eliminazione agli ottavi, per mano dello Sporting, in campionato arriva la vittoria finale. In quel Manchester City c’è Dzeko, ci sono Silva, Touré e Johnson, Barry e de Jong, fino a Kompany, Richards, Clichy e Lescott, ma anche Sergio Aguero, Savic, Milner, Zabaleta, Kolarov e ovviamente Mario Balotelli.

La cavalcata è storica, non solo perché riporta il titolo dopo 44 anni ai Citizens, ma anche perché maturata nei minuti di recupero della sfida contro il QPR: i goal di Dzeko e di Aguero arrivano al 92’ e al 94’. Mancini arriva al primo posto a pari punti con lo United, ma forte di una differenza reti che gli permette di trionfare beffando gli storici avversari e rendendo ancora più saporito il trofeo. Di quella squadra Hart è ovviamente il recordman di presenze, per un totale di 50.

Quell’estate, però, arriva un primo assaggio d’Italia, che poi abbraccerà più avanti. Il palcoscenico è l’Europeo 2012, precisamente i quarti di finale contro gli Azzurri. La gara termina nei 90 minuti regolamentari con le porte inviolate, così da arrivare ai rigori. Hart si trova dinanzi ad Andrea Pirlo, inizia a saltellare sulla linea di porta: prova quasi a emulare Dudek, che il centrocampista ricorda bene. Però dinanzi a sé c’è un impassibile ed esperto talento del nostro calcio: dal suo piede parte un cucchiaio e Hart finisce per parare l’aria. Una sfida che due anni dopo si ripete, perché quando si ritrovano a Manaus, per il primo turno dei Mondiali del 2014, Hart osserva un calcio di punizione calciato da Pirlo con una traiettoria che lo confonde completamente: osserva la palla andare sulla traversa e poi esplode in un urlo di rabbia con il raccattapalle. Esaurita l’adrenalina, al termine della gara Hart avrà una sola parola per Pirlo: “Wow”.

Nella stagione successiva, tornando alle gare di club, il City si ferma al secondo posto, ma poi nel 2013/14 alza nuovamente il titolo al cielo: Mancini non è più l’allenatore di quella squadra, perché a giugno il nuovo tecnico è Mauel Pellegrini. Con il cileno, arrivato dal Malaga, il City vince subito la League Cup grazie al 3-1 che viene inflitto al Sunderland in finale, poi al termine della stagione trionfa, dopo un lungo testa a testa con il Liverpool, in Premier League. Hart è titolare anche nella stagione successiva, nella quale Pellegrini non riesce a confermarsi in vetta alla classifica, con il Chelsea che lo precede.

L’avventura in Champions League, invece, in entrambe le stagioni si interrompe agli Ottavi contro il Barcellona. Nel 2014 ad Hart viene lasciata anche la fascia di capitano in alcune occasioni, sia in Premier League che in Champions League, nella sfida vinta contro la Roma per 2-0 a dicembre. Inizia a essere un emblema dei Citizens. Il 2015, però, è l’ultima stagione in quella che è diventata casa sua. È la terza stagione di Pellegrini, che termina il campionato quarto e riesce ad arrivare fino alla semifinale di Champions League, persa contro il Real Madrid. Risultati che non bastano per la conferma, perché la dirigenza decide di affidarsi a un nuovo allenatore: Josep Guardiola.

Hart, nel frattempo, ha continuato a difendere la porta dell’Inghilterra. L’Europeo del 2016, però, non gli porta bene, che si rende protagonista di errori grossolani, tra cui il goal che costa l’eliminazione all’Inghilterra nella sfida con l’Islanda, su un non imparabile tiro di Sigþórsson. Guardiola da quell’esperienza inizia a non avere più la certezza di volersi affidare all’estremo difensore e sin dai primi giorni a Manchester invoca un sostituto: si rincorrono i nomi di Claudio Bravo, reduce da un’ottima Coppa America, o Geronimo Rulli, argentino della Real Sociedad. Tra le possibili scelte anche Victor Valdes.

Alla fine ad arrivare è il cileno Bravo, per 18 milioni di euro: scelta che non verrà premiata, perché l’alternanza con Willy Caballero sarà intensa. Proprio l’estremo difensore argentino, vice di Hart sin dal 2014, viene preferito all’inglese nelle partite iniziali di Premier League, fino a quando ad agosto Guardiola non decide di cedere quello che fino a quel momento era stato il titolare dei Citizens. Un rapporto che si incrina facilmente, nonostante la gara da titolare contro la Steaua di Bucarest, che permette al Manchester di accedere ai gironi di Champions League: Hart indossa la fascia da capitano, ma l’affare Bravo è oramai chiuso. I tifosi lo supportano, Guardiola ammette: “So che è una leggenda per questo club, uno dei motivi per cui il City è nella posizione in cui si trova”. Alla fine, la rottura arriva.

Joe Hart si trasferisce al Torino, diventando il primo portiere inglese a giocare in Serie A dall’introduzione del girone unico. Il tira e molla per l’ingaggio dura un po’, ma Petrachi e Cairo riescono ad avere la meglio. Città in delirio, con centinaia di tifosi che prendono d’assedio l’aeroporto di Caselle, con il City che decide di sobbarcarsi il 60% dell’ingaggio del giocatore. Mihajlovic lo accoglie con entusiasmo, così come l’intera piazza. Debutta l’11 settembre nella sfida contro l’Atalanta e gioca da titolare l’intera stagione, nonostante qualche frecciatina di Cairo, che a volte gli critica degli errori grossolani.

Gli stessi che gli erano costati il posto al City. A fine stagione il Torino arriva nono, con Mihajlovic che trasforma i granata in una macchina da goal, in grado di farne 71 e subirne, però, 66. Nel corso dell’estate le parti si separano e Hart torna a Manchester, dove però Guardiola non ne vuole sapere. L’esperimento Bravo non ha convinto nessuno, ma il tecnico spagnolo ha pronta la carta Ederson: Hart viene ceduto in prestito al West Ham. Nelle prime tre partite l’estremo difensore ne prende 10 e a 30 anni le critiche iniziano a essere pesanti, soprattutto per il ritorno in patria, dove qualcuno non gli ha ancora perdonato l’eliminazione da Euro 2016. David Moyes decide di farlo sedere in panchina da dicembre fino a marzo, rimettendolo in porta per appena cinque partite a stagione oramai compromessa. Al suo posto gioca Adrian e a fine stagione Hart viene rispedito al mittente.

Guardiola nel mentre ha trovato la propria serenità con Ederson, vince la Premier League, la League Cup e arriva ai quarti di finale di Champions League. Per Hart lo spazio è praticamente finito e il Burnley lo acquista per tre milioni e mezzo di sterline. Firma un biennale, ma anche in questo caso dopo una prima parte di stagione da titolare, Sean Dyche decide di metterlo in panchina schierando titolare Tom Heaton, che gli toglie definitivamente il posto. La stagione successiva non scende mai in campo e in estate si separa dal Burnley, venendo acquistato dal Tottenham di Mourinho.

Un acquisto che ha fatto sorgere non pochi dubbi a molti tifosi della Premier League, perché se il tecnico portoghese ha deciso di porre fine al declino verticale dell’ex golden boy del City, dall’altro ci si domanda in che modo questo connubio possa far bene alle due parti. Ancora rispettato da alcuni suoi compagni di squadra, a partire da Dele Alli fino a Harry Kane, Hart arriva a Londra per giocarsi il ruolo di secondo dietro a Hugo Lloris, insieme a Paulo Gazzaniga.

Forse una scelta legata alle liste da presentare in Premier League, d’altronde essendo cresciuto nel vivaio dello Shrewsbury Town Hart ha permesso al Tottenham di guadagnare uno slot per giocatori stranieri, ma allo stesso tempo un aspetto che non gli è mai mancato ha conquistato Mourinho: la professionalità in allenamento e la voglia di aiutare i preparatori e i giovani, come fatto al Burnley. Aspetto che lo stesso Sean Dyche aveva sottolineato. Insomma, Hart un futuro da preparatore potrebbe averlo, ma quello che è certo è che quello che Mancini ci aveva visto negli anni d’oro del City è sparito da un bel po’.

Nell'estate del 2021, Hart ha salutato nuovamente il palcoscenico della Premier League inglese trasferendosi alla volta della Scozia dove, dallo scorso 3 agosto, indossa la maglia del Celtic.