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Gheorge Hagi: il Maradona dei Carpazi e l'ultimo numero 10

11:00 CET 10/12/22
Gheorge Hagi Romania Cult Hero HIC 2:1
La leggenda rumena è stata l'emblema dell'incostanza, ma per un breve periodo dopo USA 94 è stato il miglior giocatore del pianeta.

Un paio di anni prima che l'Italia fallisse la qualificazione alla prima delle due Coppe del Mondo consecutive, Gheorge Hagi lanciò un avvertimento.

"Bisogna stare attenti", disse alla Gazzetta dello Sport nel 2015. "Bisogna essere in grado di sviluppare i numeri 10 perché, in questo momento, l'Italia non ha un vero numero 10 e questo è un vero problema per gli Azzurri".

La mancanza di un marcatore si è rivelata un problema ancora più grave negli anni successivi, ma non si può negare che i veri numeri 10 siano una razza in via di estinzione in Italia.

Ma non è che siano fiorenti nemmeno altrove. A dire il vero, non c'è più molto spazio per loro... Beh, non per quelli come Hagi: centrocampisti offensivi in grado di concentrarsi solo sulla creazione del gioco finalizzata al goal.

Il rumeno era la personificazione del trequartista vecchia scuola: pigro, capriccioso e incoerente, ma capace di momenti di puro genio.

Questo spiega perché è diventato una star solo all'età di 29 anni.

Le sue abilità erano evidenti fin dalla giovane età. A 11 anni giocava in competizioni con professionisti e sarebbe diventato un giocatore chiave in quello Steaua Bucarest battuto soltanto dal Milan nella finale di Champions League del 1989.

L'allenatore rossonero Arrigo Sacchi tentò di ingaggiarlo per la stagione successiva, ma Hagi si unì al Real Madrid dopo Italia 90.

Romania-Argentina si rivelò una delle grandi partite della storia della Coppa del Mondo, ma Maradona era già stato rispedito a casa dagli Stati Uniti dopo aver fallito il famoso test antidoping.

Fu costretto a guardare la partita in TV e sostenne che l'incontro era stata decisa fuori dal campo, piuttosto che in campo.

Ma Maradona a 33 anni sarebbe stato davvero in grado di superare Hagi? Quel giorno il romeno con il più meraviglioso dei passaggi ha innescato Ilie Dumitrescu per il secondo gol della Romania, prima di siglare la rete che ha permesso alla sua nazionale di imporsi per 3-1 con un bel tiro di destro nel secondo tempo.

L'allenatore della Romania Anghel Iordanescu definì la vittoria della Romania "il più grande evento celebrato dal nostro popolo dopo la rivoluzione",e Hagi fu il leader di questa particolare ascesa.

In quella fase del torneo, guardando alle altre squadre rimaste in corsa, Hagi "non vedeva nessuno migliore di noi".

Erano certamente i favoriti tra i tifosi neutrali.

Una squadra votata all'attacco, con Gheorge Popescu a centrocampo e Dan Petrescu che si lanciava in avanti da terzino destro, e che non si limitava a giocare un calcio fluido. C'erano oerò dei punti deboli, come l'estrema vulnerabilità difensiva, messa in luce nella sconfitta per 4-1 contro la Svizzera nella fase a gironi.

Quando la Romania giocava, le emozioni erano praticamente garantite e nei quarti di finale si rese protagonista di un'altra gara avvincente contro la Svezia. Quella volta però i romeni uscirono sconfitti ai rigori, dopo essere stati a cinque minuti dalla vittoria nei tempi supplementari.

Con tutto il rispetto per gli scandinavi e per giocatori di qualità come Henrik Larsson e Tomas Brolin, la loro vittoria rappresentò una grande perdita per il torneo, poiché il mondo degli spettatori si era innamorato di quello che Hagi definì in seguito "lo stile fantastico del nostro calcio".

In effetti, a USA '94 la Romania era più brasiliana dei brasiliani stessi.

La Selecao avrà anche vinto, ma lo ha fatto giocando un calcio cupo che non è piaciuto ai puristi in patria.

Sarebbe stato affascinante vedere Romania e Brasile incontrarsi in semifinale, soprattutto perché avrebbe visto Hagi confrontarsi con Romario.

Come ha poi ricordato con la sua caratteristica umiltà, "penso che siamo stati sfortunati a perdere, perché in quel momento ero il miglior giocatore del torneo. Quando siamo usciti, non lo sono stato più".

Il suo impatto, però, è rimasto eccome.

Hagi, che era stato etichettato come "la versione rumena di Wayne Gretzky" da un pubblico americano adorante, è stato inserito nella squadra del torneo e si è poi assicurato un ritorno in Liga, questa volta con il Barcellona, diventando uno dei pochi giocatori selezionati a giocare e segnare per due delle grandi rivali del gioco.

Ancora una volta, in Spagna vive di frustrazioni, non giocando con la regolarità che avrebbe voluto.

Ma con il leggendario Johan Cruyff imparò lezioni che gli sarebbero servite sia alla fine della sua carriera al Galatasaray - dove raggiunse uno status leggendario vivendo una straordinaria rinascita - sia come allenatore, proprietario di un club e fondatore di un'accademia nella sua Romania.

L'influenza sulla storia calcistica della sua nazione non è quantificabile. In patria è conosciuto semplicemente come "il Re".

Hagi aveva i suoi difetti, naturalmente. Anche Lucescu ammise che il suo connazionale aveva "problemi di coerenza", ma sostenne che a tali "artisti" doveva essere permesso di fare ciò che volevano, semplicemente perché erano in grado di fare ciò che volevano con un pallone.

In effetti, per i romantici del calcio, Hagi rappresenta una certa libertà di espressione che si è persa da tempo.

È un giocatore di un'epoca passata: nel bene e nel male, un "vero numero 10". E uno degli ultimi della sua specie. Non vedremo mai più un giocatore come lui.