News LIVE
Storie

Galloppa e la Roma: un sogno spezzato da una telefonata mancata

11:48 CEST 15/05/22
Daniele Galloppa
Poteva giocare in Coppa Italia e cambiare la sua storia giallorossa, ma non rispose: la società si era dimenticata di averlo mandato in Nazionale.

Basta scorrere l'elenco delle più famose tracce audio commerciali degli ultimi decenni per trovare una serie di frasi fatte. Uno su mille, quanto è dura la salita, bla bla. Fatte, sì, ma verità, pure. Perchè per arrivare in alto e rimanerci in maniera costante, senza passare da belle statuine o personaggi apparsi per caso, serve costanza, occorre il famoso momento giusto unito al posto giusto. Serve anche un po' di culo per permettere ai pianeti di allinearsi. Perchè si possono raggiungere determinati sogni senza però riuscire a viverli appieno, nella consapevolezza che il gradino poteva anche non essere così basso e l'asticella così limitatamente ai piani inferiori. Chiedere a Daniele Galloppa.

La vita calcistica di questo ragazzo è stata quella di tanti suoi connazionali, avversari, coetanei e concittadini. Nella grande ed eterna Roma, nella Capitale, ci è nato e cresciuto, avvolto dal tifo giallorosso e da quello biancoceleste. Lui, però, è venuto su come interista, che per anni ha sognato di indossare quella maglia avvolta dall'oscurità da quando era adolescente, fino all'era in cui anche lui è stato protagonista. Seppur limitatamente.

Non un piccoletto, ma nemmeno un gigante, Daniele. Ha però quella marcia in più che serve, cit., per salire solo sugli autobus (Scopigno docet). E' un mancino, merce non rara, ma comunque sempre limitata rispetto all'altra parte. E' preciso, è potente, è sinistro. Un giocatore di tecnica e grinta, dalla Capitale al mondo, interno di centrocampo, mediano, avanti per passare, indietro per limitare. Nel 1994, a 9 anni, riesce ad entrare nelle giovanili della Roma.

Se giochi per la Roma, uno dei migliori vivai d'Italia, la possibilità di giocare a grandi livelli sembra più vicina. Perchè la squadra giallorossa ci tiene ai suoi ragazzi, vuole che mostrino romanità e carattere giallorosso. A volte per poco, a volte per anni e anni (non serve citare i capitani e i capitani futuro). Molto spesso, spessissimo, la possibilità di giocare con la prima squadra è però decisamente limitata nel tempo, che tradotto significa qualche minuto per necessità, vedi turnover estremo in Coppa Italia, o chiusura di stagione senza più nulla da dire. E' successo ad una serie infinita di giocatori prima di Galloppa. Non a Galloppa.

Trascorre dieci anni nelle giovanili della Roma, con la trafila dagli esordienti alla Primavera. Con gli allievi e giovanissimi, sfiorerà più volte il titolo italiano di categoria, senza però mai riuscire ad agguantarlo. Una vita calcistica di chi ce l'ha fatta, quella di Galloppa, ma con la mano tesa solamente ad accarezzare certi obiettivi.

Vicecampione d'Italia con i giovanissimi nazionali  nel 2000 (finale persa contro il Torino 3-1), vicecampione d'Italia negli Allievi nazionali nel 2001, semifinalista degli Allievi nazionali nel 2002. Le qualità sono indubbie, tanto che Galloppa gioca spesso non con i pari età, ma con i ragazzi più grandi di due o tre anni, ma non riesce a mettersi al collo una medaglia d'oro. Aspetta però di essere con la Roma, con la prima squadra, per un trofeo più gustosto, al più alto livello possibile.

Del resto la Roma se la passa benissimo a inizio millennio, ha conquistato lo Scudetto sotto Capello e dato battaglia continua in Italia e in Europa. E' proprio Don Fabio ad osservarlo con grande attenzione, perchè ha visto con i suoi occhi le qualità del ragazzo. Perchè un giorno sì e l'altro pure ha ascoltato alcuni tesserati della società tessere le lodi del ragazzo. La società però sembra considerarlo solamente come uno dei tanti giovani, non una perla da buttare nella mischia il prima possibile, per renderlo simbolo della nuova generazione.

Alla fine, nel gennaio 2004, Capello decide di chiamarlo per il big match di Coppa Italia contro il Milan, nella bolgia di San Siro. Sono i quarti di finale in cui i rossoneri gudagneranno l'accesso alla fase successiva, con un doppio 2-1. In panchina, al Meazza, c'è anche Galloppa, mentre nel cerchio di centrocampo c'è un altro figlio della Capitale come De Rossi. Ha due anni in più dell'altro Daniele, quello dell'85, ma è già investito da responsabilità enormi.

Non ha paura della pressione, Galloppa, ma rimane in panchina in quella gara, senza mai più avere la possibilità di giocare con la Roma. Torniamo all'inizio, quando si raccontava. Si narrava di come serva l'allineamento dei pianeti per scacciare via la sfortuna, il fato e il destino che sembrano inserirsi a forza nelle trame della vita.

Sì, perchè prima di quella partita contro il Milan, in cui Galloppa non fu mai vicino all'esordio, ma chiamato solamente per far numero, qualche settimana la sua storia poteva cambiare. La Roma è chiamata ad affrontare il Palermo negli ottavi della Coppa Italia. C'è bisogno di almeno un giovane, per non far stancare i grandi protagonisti della prima squadra. Capello pensa proprio a quel centrocampista che sta osservando nelle tenebre.

Qualche anno più tardi, nel 2010, sarà Maurizio Galloppa, papà di Daniele conosciuto dalle parti di Trigoria come vicepresidente del Tor de' Cenci, a raccontare quel destino spezzatosi:

"La società non so fino a che punto, ma Capello lo considerava: lo aveva scoperto al primo anno di Primavera, quando Ugolotti non volle portarlo al Viareggio, e Galbiati lo fece allenare con la prima squadra.

Qualche mese dopo volevano portarlo a Palermo, per una gara di Coppa Italia: chiamarono De Martino, che aveva un anno di meno, e riuscì anche a esordire, al posto di Candela, perché non riuscirono a rintracciare mio figlio. Chiamavano a casa, e non rispondeva nessuno. Stava allenandosi con l'under 18, a Coverciano, quella mattina: la Roma aveva un giocatore in nazionale, e se lo era dimenticato".

Tutto vero. Quando tutto deve andare storto, sembra che ogni cosa si abbatta in maniera premeditata sul malcapitato di turno. Non solo la Roma si dimentica di aver 'prestato' Galloppa all'Italia Under 18, una delle tante rappresentative di cui ha fatto parte (compresa la Nazionale maggiore), ma nessuno è presente a casa del giovane centrocampista per comunicarlo. Impasse nella Capitale.

Il ragazzo è ormai in Toscana: la società punta su De Martino, che giocherà il minuto finale della gara contro il Palermo. Per quest'ultimo la carriera nella Capitale non nè entusiasmante nè 'normale', viste le poche gare ufficiali della stagione successiva, senza però nessuna conferma. Come tanti, tantissimi, molteplici, finirà nel calderone dei prestiti senza più fare ritorno in città. Almeno come giocatore.

Impossibile dire cosa sarebbe successo se fosse stato Galloppa a scendere in campo contro il Palermo, se la Roma lo avesse chiamato prima del treno verso Coverciano. Fatto sta che l'unica convocazione futura in prima squadra sarà a San Siro, in una gara in cui sarà impossibilitato a giocare per i cambi già segnati e i titolari impressi nella lavagnetta pre-match. Verrà ceduto alla Triestina e poco propenso al ritorno per una società sempre troppo lontana dal considerarlo importante tra gli importanti. Solo uno tra gli altri.

La carriera di Galloppa lo porterà su e giù per l'Italia, persino a giocare in Nazionale azzurra, quella maggiore, quella post po-po-po a Berlino, Germania. Scenderà in campo due volte, sognante per esserci riuscito, ma comunque, ancora una volta, a debita distanza da aver varcato il portone dell'immortalità. Un portone che si chiude senza aprisi a causa del fisico e in particolare, di quel maledetto ginocchio.

Ginocchio, menisco, lacerazione, stop, box. Una serie di nomi che descrivono l'avventura calcistica di Galloppa, più volte fermo per mesi a causa di quel maledetto problema nel più maledetto degli infortuni. Sarà costretto a chiudere con la Serie A a trent'anni tra tanti rimpianti e molteplici rammarici. Tra tutti, probabilmente, quello dell'avventura romanista mai sbocciata, solo sfiorata. Nonostante fosse interista, è nato a Roma e non a Milano, con la possibilità di farsi strada nella squadra della sua città. Romano sì, romanista no.

Il dispiacere per i zero minuti zero con la prima squadra non andranno mai via:

"Quando ero sotto contrat­to con la Roma sono stato quattro anni fuori e non ho mai ricevuto una telefona­ta. Mi hanno mandato a scadenza, alla fine vole­vano farmi rinnovare solo per non perdere dei soldi e io non ho accettato.

Il settore giovanile ha perso tanti calciatori in gamba, che sono arrivati in Naziona­le. Pepe, D'Agostino, Ame­lia e altri. La società ha commesso degli errori, anche la mia cessione po­teva monetizzarla meglio. Avere giovani in casa, con la crisi economica che attraversa, poteva salvare la situazione".

Deluso con la Roma, quando ha avuto a che farci da avversario, è stato investito dalla negatività del passato, più forte della voglia di rivalsa. Nove gare, sette sconfitte. Zero goal, zero assist, sempre qualche passo indietro, sempre più nervosismo delle altre gare. Un nervosismo diverso, mostrato anche contro l'amata e pazza Inter, la squadra con cui ha ottenuto il maggior numero di k.o. Ci ha sperato, di essere nerazzurro, per giocare con una big. Si è avvicinato, senza riuscirci. Ma questa è un'altra storia.