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Calciatore, icona di stile, sex symbol e manager: le quattro vite di Freddie Ljungberg

11:09 CEST 16/04/22
Ljungberg, Arsenal
Lo svedese ha scritto la storia con l’Arsenal, lanciato una moda, posato per Calvin Klein, e, per non farsi mancare nulla, allenato i Gunners.

Ogni tifoso dell’Arsenal che si reputi tale sa recitare a memoria, come una filastrocca, la formazione tipo dei Gunners della stagione 2003/04, quella degli ‘Invincibles’ che ha fatto la storia del calcio inglese. Se un accento nella pronuncia cade certamente su Henry, un altro è senza dubbio su Ljungberg. Uno che per l’Arsenal ha rappresentato qualcosa di nuovo. Non tanto a livello di gioco, piuttosto a livello di stile. Quello stile che, insieme alle prestazioni in campo, lo ha reso un ‘fan favourite’. Per capirci: in un sondaggio del 2008 sul sito ufficiale del club è stato votato undicesimo giocatore più grande della storia dell’Arsenal. Davanti ad altri pezzi di storia del club come O’Leary, Parlour, Pat Rice, Dixon o Armstrong.

La sua vita come calciatore è stata di enorme successo. Il nome di Ljungberg è legato essenzialmente  all’Arsenal, club che lo ha reso, di fatto, un calciatore di livello mondiale. Nella sua carriera ha vestito le maglie dell’Halmstads, club svedese in cui è cresciuto, West Ham, Seattle Sounders, Chicago Fire, Celtic, Shimizu e Mumbai. Dalla Svezia all’Inghilterra, dalla Scozia all’India, dal Giappone agli Stati Uniti. Ha attraversato tre continenti, lasciando un segno soprattutto con i Gunners, la maglia che più di tutte ha vestito, esordendo con un goal contro lo United e vincendo tutto in Inghilterra. Sempre accompagnato dal suo talento, dalle sue corse infinite sulla fascia destra e dal suo senso tecnico, quelle caratteristiche che nel 2002 lo resero giocatore della stagione per i Gunners. E dal suo temperamento, quello che durante il Mondiale di Corea-Giappone lo portò faccia a faccia con l’ex juventino Olof Mellberg dopo un contrasto duro in allenamento.

Ha sempre fatto i conti anche con continui problemi all’anca e soprattutto di emicrania, una costante nel corso dei suoi anni da giocatore. Quella che gli costò anche una corsa in ospedale dopo una sfida tra MLS All-Stars ed Everton nello Utah, nel 2009, a causa di una salsa contenente del vino rosso, a cui Freddie era allergico.

Probabilmente il vino è stata l’unica cosa ‘rossa’ che Ljungberg non poteva sopportare. Perché, per il resto, è stato il colore che lo ha reso un’icona di stile, quella che è stata la sua ‘seconda vita’. Non solo la maglia dell’Arsenal, ma anche una cresta che a suo tempo, ovvero all’inizio del millennio, era difficile da trovare se non tra i punk. Ljungberg, invece, fu tra i primi a portarla su un campo da calcio.

La sua chioma rossa fiammante era diventata talmente popolare che nel 2002, dopo che lo svedese firmò la vittoria contro il Chelsea in finale di FA Cup, anche i tifosi se la fecero. Già a Cardiff, sede della partita, il rosso (sui capelli) era quasi predominante. Dopo il 2-0 sui rivali cittadini divenne ancora più simbolico, un vero e proprio trademark che ha accompagnato il numero 8 dei Gunners per diversi anni. E che lo ha reso un sex symbol di fama mondiale, la sua terza vita.

In un sondaggio del 2009, si piazzò al terzo posto tra i calciatori più sexy del mondo, dietro soltanto a David Beckham e Thierry Henry, davanti a Cristiano Ronaldo. I lettori del ‘Sun’ lo avevano votato come giocatore più sexy della Premier League. Nel 2002 invece era stato eletto come l’uomo più sexy di Svezia dalla rivista ‘Elle’. Un anno più tardi il suo successo extra-campo toccò il picco: fu il protagonista di una campagna di intimo Calvin Klein, ancora oggi tra quelle con maggior successo del brand internazionale. Valse a Ljungberg la fama fuori dal calcio, ma anche una serie di episodi spiacevoli. Raccontò infatti a ‘Di.se’ di non poter andare in discoteca senza essere assalito dalle ragazze.

“Le conseguenze sulla mia vita personale sono state inaspettate. Quando andavo in un club, le ragazze mi afferravano il pacco. Così, come nulla fosse. Succedeva ovunque. Arrivavano da dietro e mi mettevano la mano lì. E non potevo farci niente. Quando toglievo la mano con rabbia, la gente rideva”.

La quarta vita, l’ultima in ordine cronologico, è la vita da manager. Dopo l’esonero di Unai Emery, il board ha scelto di affidare provvisoriamente l'Arsenal allo svedese, fino a quel momento vice allenatore e precedentemente manager dell’Under 23. Sì, quella in cui Willock, Saka e altri numerosi talenti dell'Academy si sono messi in luce per guadagnarsi un posto in pianta stabile tra i grandi. Prima con Emery, poi con Freddie. Che, come fosse uno statement, nell’ultima partita prima di passare il testimone ad Arteta, già conoscendo il suo destino, li ha schierati tutti: Nelson, Saka, Smith-Rowe, Willock, più Martinelli.

I risultati nelle tre settimane in cui si è seduto in panchina non sono stati granché, soltanto una vittoria e 3 pareggi in 6 partite, ma ancora una volta Ljungberg, come in ogni aspetto della sua carriera e vita, ha lasciato un marchio e un messaggio. Prima di congedarsi dall'incarico lo ha fatto anche da vice di Mikel Arteta (ruolo ricoperto fino ad agosto 2020), dentro un giubbotto sportivo, con i capelli rasati e la barba bianca sempre curata. Anche da manager sex symbol e icona di stile, come era da calciatore.