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Beppe Bergomi, 'Lo zio' leggenda di Inter e Nazionale

09:44 CET 22/12/22
Bergomi gfx
L'esordio a 16 anni, Campione del Mondo a 18 con la Nazionale, lo Scudetto dei record e l'Inter di Ronaldo: la storia di Beppe Bergomi, 'Lo zio'.

Nella sua lunga carriera, oltre a quella dell'Italia, ha indossato sempre una sola maglia, che in 20 anni da calciatore professionista è diventata un po' come una sua seconda pelle: quella dell'Inter. Giuseppe Bergomi, per tutti 'Beppe', è stato una bandiera in nerazzurro e in Nazionale, squadre con le quali si è ritagliato un posto fra le leggende del calcio.

Difensore marcatore, terzino ma all'occorrenza anche libero, ha totalizzato 757 presenze e 28 goal con l'Inter, 81 presenze e 6 reti con l'Italia. È stato a lungo il primatista assoluto di presenze in maglia nerazzurra e di quelle in Serie A (519), nelle Coppe europee (117) e nei Derby di Milano (44), tutti record ottenuti superando Giacinto Facchetti, che successivamente gli sono stati strappati da Javier Zanetti, mentre in Coppa Italia (119 apparizioni) è stato sopravanzato da Roberto Mancini ma resta l'alfiere dei milanesi.

Ancora oggi detiene il primato assoluto di presenze in Coppa UEFA/Europa League, torneo che lo ha visto protagonista per ben 96 gare. Nel suo ricco palmarès figurano uno Scudetto, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, 3 Coppe UEFA e un Campionato del Mondo.

Sono suoi anche diversi record di precocità: Bergomi è infatti il più giovane calciatore italiano ad aver vinto un Mondiale (18 anni, 6 mesi e 19 giorni) e il 2° in assoluto dopo Pelé, il più giovane ad aver esordito con l'Inter (16 anni, 1 mese e 8 giorni) e ad aver giocato con l'Inter una gara di Coppa dei Campioni/Champions League (17 anni e 72 giorni). È stato anche il primo difensore capace di segnare una doppietta in Nazionale (l'8 ottobre 1986 contro la Grecia).

DAL PROVINO COL MILAN ALL'ESORDIO A 16 ANNI CON L'INTER

Nato a Settala, in provincia di Milano, il 22 dicembre del 1963, Beppe si innamora presto del pallone e inizia a giocare con le Giovanili della squadra del suo paese. A quei tempi è tifoso del Milan e sogna l'approdo in rossonero. A undici anni un osservatore del club rossonero, Trezzi, lo convoca per un provino, e a lui sembra di toccare il cielo con un dito. 

Va tutto bene ma le analisi rivelano la presenza di reumatismi nel sangue e non se fa nulla. Poco male, perché, superati agevolmente i problemi fisici, Bergomi torna in campo nella Settalese, ci resta due stagioni e addirittura si sdoppia, giocando il sabato con i Giovanissimi e la domenica con gli Allievi. Anche perché dall'età di 11 anni porta i baffi, che, uniti alle folte soppraciglia, lo fanno sembrare molto più grande della sua reale età.

Pur essendo un difensore segna tanto: 24 goal la prima stagione, 30 nella successiva. Accade così che nel 1977 un osservatore dell'Inter, Buffi da Crema, fidato collaboratore di Sandro Mazzola, gli offra un provino. Bergomi accetta e il 1° settembre lo supera agevolmente, facendo le fortune della sua società: il club meneghino versa alla Settalese 3 milioni di Lire subito e si impegna a pagarne altre due da 5 se Bergomi avesse proseguito la scalata nelle Giovanili dell’Inter. 

Così sarà, perché anche in nerazzurro Beppe brucia le tappe, facendo bene e approdando in Nazionale Juniores. A 16 anni, però, mentre è a Lipsia con gli Azzurrini, riceve da mamma Franca la notizia della morte di papà Giovanni. Per lui, ragazzo all'antica timido e introverso, non sarà un trauma semplice da superare.

"Beppe - racconterà mamma Franca a 'La Gazzetta dello Sport' - è sempre stato molto più maturo dei suoi coetanei, e probabilmente la scomparsa di mio marito ha accentuato il suo atteggiamento da grande".

Ma in campo le cose vanno molto bene. A intuire il suo talento è Eugenio Bersellini, che nella stagione 1979/80 lo aggrega alla Prima squadra e lo fa debuttare contro la Juventus in Coppa Italia (gara che termina col punteggio di 0-0), il 30 gennaio 1980 a 16 anni, 1 mese e 8 giorni.

"Eravamo in ritiro, - ricorderà Bergomi a 'Sky Sport' di quel giorno - non c'era la lavagna e lui mise su un tavolo dei foglietti con la nostra formazione e quella della Juve: io guardavo estasiato. È davvero un bel ricordo".

A fine stagione l'Inter conquista lo Scudetto, ma per il debutto del difensore in campionato occorrerà aspettare un altro anno. 

"La cosa sconvolgente di quel ragazzino è che non era un ragazzino. - dirà di lui Arcadio Venturi, suo allenatore nelle Giovanili nerazzurre - Io me lo trovai di fronte quando aveva quattordici anni e vi assicuro che ogni domenica di campionato passavo mezz’ora a convincere i dirigenti della squadra avversaria che il nostro numero 6 era effettivamente un Allievo: ma puntualmente nessuno mi credeva, nemmeno di fronte alla carta d’identità di Beppe".

Con la Nazionale Juniores, in cui gioca fra gli altri con Galderisi ed Evani, vince il Torneo di Montecarlo nel novembre del 1980. Così Bersellini decide di farlo esordire anche in campionato nella vittoria per 1-2 in casa del Como del 23 febbraio 1981. Un paio di settimane dopo, il 4 marzo, arriva anche il debutto in Coppa dei Campioni, nel quarto di finale contro la Stella Rossa. Nell'Inter è nata ufficialmente una stella.

I BAFFI DELLO 'ZIO': CAMPIONE DEL MONDO A 18 ANNI

Quel ragazzone baffuto di un metro e 83 centimetri per 78 chilogrammi suscita anche la curiosità dei suoi compagni. Così un giorno, vedendolo in Prima squadra, il mediano Gianpiero Marini, uno dei leader dell'Inter, dopo averlo squadrato gli disse:

"E tu avresti solo diciassette anni? Ma se sembri mio zio…".

Da quel momento Beppe diventa per tutti 'Lo zio', e porterà per sempre quel soprannome. Il 6 settembre del 1981 segna il primo goal della sua carriera professionistica e non è una rete banale: arriva in Coppa Italia nel Derby contro il Milan, praticamente un segno del destino.

"Un ragazzo di 17 anni come lui, di quella specie, io non l'ho mai più allenato", ammetterà lo stesso Bersellini.

Il Ct. dell'Italia, Enzo Bearzot, lo tiene d'occhio, e dopo averlo fatto esordire in amichevole a Lipsia contro la Germania Est il 14 aprile 1982, decide di inserirlo nella rosa dei 22 Azzurri per i Mondiali di Spagna del 1992. "Tornerà utile", pensa 'il Vecio', e non si sbaglierà.

Bergomi infatti, pur giovanissimo, dopo l'infortunio di Collovati nella sfida decisiva della seconda fase contro il Brasile, si ritrova catapultato in campo al Sarrià di Barcellona a marcare il centravanti verdeoro Serginho, più alto e più grosso di lui. 'Lo zio', giocando in anticipo, riuscirà quasi ad annullarlo, disputando un'ottima partita e contribuendo al successo a sorpresa dell'Italia, che contro tutti i pronostici si impone 3-2 e vola in semifinale.

Contro la Polonia Bearzot schiera Bergomi titolare, e lo manda ancora in campo dal 1' anche nella finalissima contro la Germania Ovest, nella quale sostituisce Antognoni e marca il suo futuro compagno di squadra Kalle Rummenigge. Sarà ancora una volta una mossa azzeccata, con il tedesco non al 100% ma annullato dal giovane azzurro, che si concede anche il lusso nel secondo tempo di partecipare all'azione del goal del 2-0 di Tardelli.

Il 3-1 del Bernabeu laurea l'Italia campione del Mondo per la 3ª volta e permette al difensore nerazzurro di entrare nella storia come più giovane italiano ad aver sollevato la Coppa.

L'ERA TRAPATTONI E LO SCUDETTO DEI RECORD

Gli anni all'Inter vedono Bergomi affermarsi progressivamente come uno degli uomini simbolo della squadra nerazzurra. Con il portiere Walter Zenga e un altro difensore, Riccardo Ferri, comporrà un trio destinato a fare le fortune del club milanese per tanti anni. Dopo la vittoria nella Coppa Italia 1981/82, abbandonati gli iconici baffi, a cavallo fra il 1983 e il 1984, tuttavia, cade in un paio di episodi controversi in campionato, che gli procurano due discusse espulsioni.

Così a Udine protesta in modo veemente contro un guardalinee, mentre in un'altra occasione la moviola lo immortala rifilare un colpo proibito al veronese Pacione.

"Arriva il signor Sassi alla moviola e presenta Pacione come un martire. - dichiara furioso ai microfoni della 'Rai' - Vorrei che vedeste le mie braccia tutte coperte di graffi, di unghiate. E i segni delle gomitate di Pacione che mi porto sulla schiena. Quello è uno che farebbe perdere la pazienza anche ai santi, figuratevi a me che santo non sono! lo ho commesso il fallo, lo ammetto, ma perché non si fanno vedere le provocazioni che ho dovuto subire da Pacione? Quando mai mi sono comportato così con altri attaccanti?".

La sua è la reazione irruenta di un giovane, anni dopo se ne pentirà e biasimerà se stesso.

"Vorrei cancellare solo quei due anni, 1983 e 1984, in cui il nervosismo mi portò a subire due espulsioni e a dar vita a quella scenata di Udine. Ero effettivamente un pò fuori di testa, dopo mi sono sempre comportato bene e si tratta di una pagella di correttezza cui tengo moltissimo".

Da lì in avanti, infatti, Beppe cambia registro, e si contraddistinguerà sempre per il suo comportamento e la sua educazione, in campo e fuori, se si eccettua un episodio in Nazionale nel 1991. Il 1985/86 segna la sua rinascita, con 46 presenze e 5 goal in quella che a livello personale è probabilmente la sua miglior stagione di sempre. 

Bearzot lo convoca anche ai Mondiali di Messico 1986, ma per gli Azzurri, eliminati agli ottavi dall'Argentina, non sarà un'avventura fortunata. La vera svolta della carriera di Bergomi arriva tuttavia dopo il torneo iridato: all'Inter approda infatti Giovanni Trapattoni, nell'Italia Azeglio Vicini, che già lo aveva guidato con l'Under 21. Saranno due tecnici che legheranno le loro fortune al difensore nerazzurro.

Impiegato ormai prevalentemente come terzino destro marcatore, il nerazzurro è fra i protagonisti dello Scudetto dei record del 1988/89, stagione che vede l'Inter dominare in Italia.

"Eravamo un grande gruppo, - dichiarerà a 'Sky Sport' - c'erano 5 o 6 nazionali italiani, ma avevamo bisogno del grande campione. E il grande campione era Lothar Matthaus. Poi arrivò anche Brehme, che si dimostrò un giocatore straordinario. Ma Lothar era il giocatore che trascinò quella squadra, avevamo bisogno di un giocatore del genere".

Sono anni emozionanti, in cui Milano è la capitale del calcio italiano e ai nerazzurri dei tedeschi si contrappone il Milan degli olandesi. Con Trapattoni, Bergomi eredita la fascia da capitano da Beppe Baresi e vince anche una Supercoppa italiana nel 1989 e la Coppa UEFA del 1990, battendo la Roma nella doppia finale, prima di tuffarsi nelle notti magiche di Italia '90. 

LE DELUSIONI IN AZZURRO E L'ARRIVO DI SACCHI

In Azzurro 'Lo zio' rimedia due delusioni, con l'eliminazione in semifinale ad Euro '88 e il 3° posto nei Mondiali, dopo l'eliminazione in semifinale ad opera dell'Argentina. Il suo rapporto con la Nazionale rischia di incrinarsi definitivamente quando il 5 giugno 1991, con una Nazionale ormai in declino, battuta 2-1 dalla Norvegia, rifila un buffetto a un avversario e viene espulso per la prima volta in Azzurro. 

"Cercava di aggredirmi e gli ho dato uno schiaffetto. Non è una cosa gravissima come si vuol far credere. Si cercano sempre le cose brutte, non si vanno a vedere quelle belle. Per esempio, il fatto che ho giocato oltre 70 partite in Nazionale e ho subito una sola ammonizione. Queste cose non contano più niente nella carriera di un calciatore?".

Gioca un'altra partita amichevole con la Danimarca, poi però l'UEFA lo stanga con 6 turni di squalifica e la FIGC lo scarica, con il presidente Matarrese che decide di affidare la guida tecnica della Nazionale al profeta della zona Arrigo Sacchi: per Bergomi in azzurro, dopo 77 presenze, non sembra esserci più spazio.

LIBERO A 34 ANNI, IL RITORNO IN AZZURRO E IL RITIRO

Ma 'Lo Zio', con la serietà e la professionalità che lo ha sempre contraddistinto, continua a lavorar duro con l'Inter, con cui vive alcune stagioni deludenti sotto il profilo dei risultati ma conquista anche una seconda Coppa UEFA nel 1993/94, battendo in finale il Salisburgo.

Conclusa l'era Pellegrini, l'arrivo di Massimo Moratti alla presidenza nel febbraio 1995 porta una ventata di novità in seno alla squadra milanese, che torna competitiva su più fronti. Mentre i suoi compagni di tante battaglie, Zenga e Ferri, decidono di cambiare maglia, 'Lo Zio' resta all'Inter continuando a indossare la fascia da capitano.

L'approdo di Gigi Simoni in nerazzurro nell'estate del 1997 gli allunga di fatto la carriera. Il tecnico di Crevalcore lo 'ricicla' infatti nel ruolo di libero, in una squadra che ha nel 'Fenomeno' Ronaldo il suo terminale offensivo. Bergomi si cala nella parte, a 33 anni gioca una stagione ad altissimo livello e guida la squadra alla conquista della Coppa UEFA, la terza della sua carriera, con la vittoria in finale sulla Lazio di Eriksson. In campionato, invece, il duello serrato e denso di polemiche con la Juventus di Lippi si conclude in favore dei bianconeri. 

"Quando Simoni arrivò venne da me e mi disse: 'Per me siete tutti uguali, non importa che uno abbia 18 o 36 anni'. Quella fu una stagione molto bella e quell'Inter è rimasta nel cuore di tantissimi tifosi. E poi c'era Ronaldo: non ho mai visto un giocatore così".

Qualcuno invoca a quel punto la convocazione con la Nazionale azzurra, e 'il miracolo' del 4° Mondiale accade realmente: Cesare Maldini, diventato C.t., vuole 'Lo Zio' in una linea arretrata molto forte che vede anche, fra gli altri, Maldini, Costacurta, Cannavaro e Nesta. 

"Se nell'82 mi sembrava normale che un giovane si allenasse con tanto impegno, - disse di lui il Ct. - mi ha stupito nel '98 ritrovarlo tale e quale: palestra, corsa, lavoro e poi ancora lavoro, sempre in silenzio. Lì ho capito davvero di che pasta era fatto".

L'avventura dell'Italia in Francia si chiude tuttavia ai quarti contro i padroni di casa, che passano ai rigori. Quella partita sarà anche l'ultima di Bergomi con la Nazionale, la sua 81ª.

OPINIONISTA DI SUCCESSO E ALLENATORE

Bergomi resta un'ulteriore stagione con l'Inter, ma il 1998/99 è un anno assai travagliato per i nerazzurri, che vedono susseguirsi ben 4 diversi allenatori. Ceduta la fascia da capitano a Ronaldo, 'Lo Zio' a 34 anni decide di dire basta, una volta appresa la notizia di non rientrare più nei piani del futuro tecnico nerazzurro Marcello Lippi. 

Dopo il ritiro, si trasforma in un opinionista televisivo di successo con Tele + prima e Sky poi, e oggi è un volto noto dell'emittente. Nel 2006 ha commentato l'impresa dell'Italia di Lippi nei Mondiali in Germania. Dopo la vittoria azzurra in semifinale contro la Germania, il suo partner di telecronaca Fabio Caressa lo consegna alla memoria collettiva con la celebre frase: "Andiamo a Berlino, Beppe", a lui rivolta.

Nella vita privata Bergomi è felicemente sposato da molti anni con sua moglie Sara Fontana, da cui ha avuto due figli, un maschio, Andrea, e una femmina, Sara. 

Pur molto impegnato in tv, 'Lo Zio' continua comunque a frequentare i campi di gioco delle squadre giovanili. Diventato allenatore, ha guidato dalla seconda metà degli anni Duemila diverse formazioni dei Settori giovanili di Inter, Monza e Atalanta, con cui nel 2012/13 ha vinto anche un titolo Berretti. Attualmente lavora con gli Allievi regionali dell'Accademia Internazionale.

Il suo nome figura nel FIFA 100 (dal 2004), la lista dei 125 giocatori viventi più forti al Mondo, nella Hall of Fame del calcio italiano (dal 2016) e nella Hall of Fame dell’Inter (dal 2020).

"Ogni tanto ripenso a papà, che ho perso a 16 anni. - ammette spesso - L'unico rimpianto della mia vita è che non sia riuscito a vedermi campione del mondo".